Accompagnata da Simona Vigoni, Silvia Iaccarino ci parla di:

EMOZIONI

Simona: perchè abbiamo scelto questa parola, come parola significativa per la nostra crescita? perchè è importante che entri nel vocabolario della nostra vita? Quale è la grammatica delle emozioni?

Silvia: A me piace citare D. Siegel: “l’organizzazione del Sé dipende da come le emozioni vengono regolate”: più le emozioni vengono ben regolate e gestite dagli adulti che si occupano dei bambini, più il Sé si organizza in modo solido, equilibrato, armonico. Se vogliamo società più umane dobbiamo iniziare da qui, a dare importanza al mondo emotivo dei bambini. Dovremmo dare attenzione alle manifestazioni emotive dei bambini, offrendo loro accoglienza e legittimazione senza giudicarle positive e negative perché tutte le emozioni hanno diritto di cittadinanza. Perché non bisogna essere tristi? Arrabbiarsi, aver paura? E’ importante convalidare anche queste emozioni. Le emozioni sono importanti perché sono alla base della vita. Grazie alla regolazione dell’adulto possiamo costruire noi stessi in modo più o meno saldo. Se alle emozioni non si dà la giusta importanza, legittimandole e accogliendole, il nostro Sè potrebbe strutturarsi in modo più fragile di fronte alle esperienze della vita.

Simona: Vero, aggiungo a questo proposito che il grosso lavoro che possiamo fare è aiutare i bambini a mettersi in contatto con quello che sentono e anche dove lo sentono. A volte siamo i primi a generare questo scollamento, pensiamo a quando diciamo: “Ma dai che non è successo niente!” Questo potrebbe portare gradualmente il bambino a disconnettersi da quello che sente e/o a considerarlo non degno di ascolto o come qualcosa di sbagliato, proprio perché l’adulto importante per lui, gli restituisce questo significato.

Silvia: Non si riflette di quanto questa osservazione svaluti il sentire del bambino. Molto meglio infatti dire: “Sei caduto, che male. Vedrai che adesso…” Si accoglie lo spavento del bambino, che molte volte è molto più del dolore. Winnicott stesso ci insegnava che quello che non viene rispecchiato è come se il bambino non potesse rivederselo e quindi reintegrarlo nella costruzione della sua personalità. Questo non significa essere specchi assillanti e continui, ma offrire un rispecchiamento equilibrato al bambino, Questo lo aiuta a capire, capirsi, dare un nome a quello che sente: questo processo è qualcosa che si apprende grazie all’intervento autoregolatore dell’adulto. E’ come se il bambino si dicesse “Queste sensazioni che provo si chiamano…..” e cominciasse a costruire quell’alfabeto emotivo che poi imparerà nel tempo a padroneggiare e a comunicare a sua volta. Compito dell’adulto è rassicurare, ma non sminuire altrimenti, se questo è lo stile ripetuto dell’adulto, il bambino potrebbe sganciarsi da quello che sente perché lo giudica a sua volta.

Simona: A volte si considerano traumi gli eventi in sé per sé. Ma quanto conta la narrazione intorno agli eventi che accadono? A volte gli adulti cercano di rimuovere situazioni, eventi potenzialmente dolorosi o faticosi dalle esperienze di vita dei bambini. In realtà si parla della possibilità di offrire ai bambini i giusti fazzoletti, come afferma Nicolodi e non di eliminare inciampi, ostacoli, naturali e fisiologiche ruvidità della vita.

Silvia: Dare un nome alle cose, offrire un senso e una chiave di lettura è già una base di partenza per lavorarci sopra, per entrare in dialogo con l’esperienza faticosa o dolorosa. Se le persone non hanno aiuto possono rischiare di essere traumatizzate. Avere risorse interne e sociali è importante: ci si sente accompagnati, si dà un senso al vissuto. Per i genitori è fondamentale tenere a mente che se il bambino piange o si dispera non è detto che lo stiamo traumatizzando: sta esprimendo il suo disappunto, il suo dolore o la sua paura, tristezza e tutto questo non è traumatico se c’è un adulto che risponde “Ti capisco, sei dispiaciuto/triste… io sono qui con te, piangi pure vedrai che dopo andrà meglio.” La miglior prevenzione dei traumi è la presenza, è l’esserci.

Simona: In che modo quindi i bambini imparano l’alfabeto delle emozioni?

Silvia: Ci sono tre pilastri coi quali i bambini si alfabetizzano, grazie all’intervento dell’adulto. I bambini socializzano le loro emozioni grazie all’intervento etero-regolatore dell’adulto. E’ come imparare una lingua con un adulto che accompagna il bambino nella costruzione del lessico emotivo. I tre canali principali si chiamano modeling, contingency e coaching. Sono modalità che vanno nella direzione da più indirette (modeling) a più dirette (coaching). Nel modeling c’è un adulto che fa da esempio. I bambini sono molto attenti anche alla nostra congruenza e coerenza. Il modeling è l’aspetto più pervasivo proprio perché è più indiretto. Durante la giornata noi adulti attraversiamo diversi stati emotivi che i bambini osservano e assorbono. Questo è potente e noi non sempre siamo consapevoli di quello che diciamo o facciamo. Diventa importante lavorare su sé stessi. Il contingency riguarda il momento in cui succede il fatto: in che modo l’adulto si rapporta al bambino in quel momento, in quella contingenza? Qui il bambino impara come gli stati emotivi si gestiscono nelle singole situazioni. Il coaching riguarda i programmi di tipo didattico, più o meno strutturati, nei quali si insegnano le emozioni in maniera più diretta. Si parla di riconoscimento e regolazione delle emozioni. Ci tengo a sottolineare che si punta molto su questi progetti, ma non sono sufficienti. Se il coaching è presente ma gli altri due pilastri no, non va bene, perché non basta sapere che cosa sono le emozioni e il loro riconoscimento facciale, per essere regolati emotivamente. Dobbiamo avere le mani in pasta e il corpo coinvolto. Il bambino deve avere la possibilità di sentire come ci si sente.

Simona: In effetti questi percorsi sono solo riconoscimenti cognitivi delle diverse emozioni, la vera “palestra” è quella del corpo. Il movimento è emozione, partiamo dalla stessa radice etimologica (moveo ed e-moveo). Il movimento del bambino si colora di significati emotivi, quindi la vera palestra è quella del corpo, dell’esserci dentro, dell’offrire al bambino la possibilità di viversi con il corpo le emozioni.

Silvia: Esatto. E mi riallaccio a questo perché a volte si pensa che associare colore ad emozione (un colore corrisponde ad un’emozione) possa essere funzionale, invece credo che dare indicazioni così precise significa strutturare percorsi che lasciano poco spazio ai bambini per riflettere, esprimersi, verbalizzare in modo del tutto personale. Dobbiamo essere facilitatori, senza incasellare a priori una serie di aspetti. I bambini devono esprimersi in modi e forme assolutamente soggettive. Meglio non incasellare in maniera omologante. Che cosa si mette in campo realmente? Perché magari a volte con le migliori intenzioni rischiamo di togliere opportunità invece che darle.

Simona: E poi quando si trattano le emozioni, non si può non parlare del rispecchiamento offerto dal nostro sguardo, dal tono della voce, dal nostro sorriso, perfino con la mascherina. Queste posture rimandano al bambino significati profondi.

Silvia: E’ vero, proprio il prof. Fogassi al nostro convegno sulle neuroscienze lo scorso novembre ci spiegava che i bambini molto piccoli riescono a capire, intuire benissimo le nostre espressioni del viso. I bambini sono dotati di molte risorse e questo ci può confortare.

Simona: Un’altra cosa che si pensa comunemente è che il rispecchiamento di una fatica, come può essere per esempio la nostalgia per la mamma, comporta il pianto del bambino, per cui meglio distrarlo. In realtà offrire al bambino la possibilità di piangere è funzionale ad attraversare e superare il momento.

Silvia: L’esempio tipico è quello dell’ambientamento, quando la parola mamma diventa tabù e viene perfino eliminata dalle canzoni. E’ chiaro che se ci sono tanti bambini che piangono questo diventa di difficile gestione, ma è bene sapere che tendenzialmente se il bambino si mette a piangere proprio mentre pronunciamo quella parola, allora lo stiamo aiutando a contattare e ad attraversare quell’emozione. Se invece quella parola la evitiamo è come se implicitamente gli stessimo dicendo “questo argomento non è contattabile, su questa cosa qui non possiamo aprire la porta e guardare cosa c’è, devi tenertelo fuori”. Se lo stile educativo è sempre questo, implicitamente è come se dicessimo al bambino: “Guarda, tu le mani lì dentro non puoi mettercele e nemmeno io.” Questo, alla lunga, non diventa un aspetto di sé esplorabile. Serve un adulto che sa cogliere legittimare e accompagnare il bambino all’interno delle emozioni che prova, serve un adulto che faccia da base sicura per l’esplorazione del mondo non solo esterno ma anche interno, perchè se il bambino capisce che può entrare dentro di sé e toccare con mano anche quegli stati dolorosi e spiacevoli allora avrà per la vita un allenamento che lo metterà nella condizione di poter affrontare qualsiasi cosa. Dobbiamo essere base sicura anche per l’esplorazione degli stati interiori. E’ qui che il bambino sente che quello che prova non è terribile, non è qualcosa che può distruggere sé o gli altri: se il bambino vede che l’adulto si disorganizza e si frammenta, si spaventa. Non porsi come base sicura in questo senso, vuol dire esporre i bambini a maggiore difficoltà nell’affrontare le fatiche della vita e anche ad avere modalità di comportamento non efficaci, perfino a condotte anti-sociali: se io non ho un atteggiamento empatico verso me stesso come posso averlo verso gli altri? La violenza a volte origina anche da esperienze dolorose non accompagnate, non accolte, non elaborate, non digerite. Come ho sottolineato prima, Siegel afferma che “l’organizzazione del sé dipende dalle modalità con cui le emozioni vengono regolate”.

Simona: un’ultima domanda. Se vogliamo condensare quello che abbiamo detto fino a qui in un solo costrutto, possiamo dire di aver parlato del “sento dunque sono” ma c’è anche il “sento dunque apprendo”. Abbiamo scelto di iniziare questo percorso sulle parole che aiutano a crescere con la parola emozione, e la crescita è strettamente collegata anche all’ apprendimento. Quindi in che modo le emozioni e l’apprendimento dialogano tra di loro?

Silvia: Su questo la prof. Lucangeli ci ha insegnato tanto. Un tempo si pensava che le emozioni fossero lontane dall’apprendimento cognitivo anzi, etichettate come irrazionali, si pensava che lo disturbassero in realtà la ricerca scientifica ci evidenziano quanto le emozioni siano basilari non solo per vivere ma anche per apprendere. Emozioni e apprendimento sono strettamente connesse. Apprendiamo le esperienze, diamo loro un senso, le etichettiamo come piacevoli o spiacevoli. Il nostro sistema neurobiologico funziona cos, ricordiamo di più ciò che è strettamente connesso alle emozioni. Il primo apprendimento importante e necessario per noi è capire cosa ci fa sopravvivere, cosa ci fa star bene e cosa ci fa star male. Su questo si innesta tutto il resto: non dimentichiamo mai gli aspetti mammiferi che ci riguardano. Più ciò che sperimentiamo è etichettato con un’emozione significativa, più noi tendiamo a ricordarlo. Se poi l’emozione è piacevole, il nostro benessere aumenta. Se un apprendimento è collegato ad un’emozione spiacevole tutte le volte che ce lo ricordiamo andiamo a pescare anche quelle emozione come dice molto bene la professoressa Lucangeli che ci insegna come noi rimarchiamo gli eventi, ripescando anche il correlato emotivo di quegli apprendimenti.

Simona: c’è una frase di Immordino Yang che vorrei ricordare: “Quando gli insegnanti non riescono a comprendere l’importanza delle emozioni dei loro studenti, di fatto falliscono nel riconoscere una forza fondamentale dell’apprendimento. Si potrebbe ipotizzare anzi che falliscono nel riconoscere proprio la ragione per la quale gli studenti apprendono.”

Silvia: E’ esatto. Se non c’è passione, motivazione intrinseca, non c’è apprendimento, non ci accendiamo, il bambino non si accende.

Siamo arrivate ai saluti e vorremmo citare una frase d’autore per congedarci da questo nostro primo appuntamento:

“Prima di essere schiuma saremo indomabili onde”

C. Pavese

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