di Silvia Iaccarino, fondatrice di Pf06, formatrice, psicomotricista

 

Spesso, ciò che crea fatica nella comunicazione con le famiglie non sono tanto le problematiche del bambino di tipo fisico quanto quelle di carattere comportamentale. Questo accade perché generalmente di fronte a tali problemi i genitori si sentono coinvolti in prima persona rispetto alla loro competenza ed adeguatezza nello svolgere il loro compito educativo. Di conseguenza, quando il servizio rimanda una problematica di questa natura, per quanto ciò accada in maniera delicata, mamme e papà possono sentirsi feriti sul piano della propria immagine personale.

Pertanto, frequentemente, la reazione può essere di attacco al nido/scuola infanzia (“è colpa vostra”, “siete incompetenti”); di  fuga (per esempio cambiando struttura) o negazione del problema (“non è vero…”, “ a casa non succede”). Se gli operatori non sono in grado di ricevere empaticamente tali manifestazioni dei genitori, senza prenderla sul personale e comprendendo la loro reazione, il loro dolore, rischia di innescarsi un circolo vizioso di reciproche incomprensioni, accuse, ansie, creando disagio. Le educatrici/insegnanti, infatti, se non riescono a prendere distanza emotiva dalle espressioni dei genitori, si sentono colpite nella loro competenza professionale.  Tutto ciò chiaramente non giova né alle famiglie, né alle professioniste, né tantomeno ai bambini. 

È necessario quindi che educatrici e insegnanti sappiano comunicare in modo rispettoso e delicato con le famiglie su questi argomenti, allo stesso tempo gestendo le loro proprie emozioni prima, durante e dopo tale comunicazione. 

È importante, inoltre, fornire un significativo sostegno alle famiglie, perché spesso le reazioni di attacco, fuga e negazione di cui sopra, accadono quando i genitori si sentono soli, si sentono “buttare addosso” il problema, senza vedere soluzione, né sentirsi affiancati nell’affrontare la situazione. Il peso della situazione, infatti, può essere portato da madri e padri solo se viene anche fornito l’aiuto per portarlo, altrimenti è del tutto possibile che le famiglie cerchino di non affrontare la questione.

Di conseguenza, è basilare che nel comunicare le fatiche del bambino, i genitori avvertano che l’operatore è aperto al confronto, al dialogo, senza giudicare né colpevolizzare (i genitori e il bambino) e ricerca una soluzione con loro, affiancandoli, accompagnandoli. 

Durante un colloquio individuale, l’educatrice/insegnante indicativamente potrà tener presente la seguente “scaletta”: 

  • descrivere in primis le risorse e le competenze del bambino, in modo da fornire un’immagine del piccolo il più possibile equilibrata; 
  • presentare la difficoltà in termini descrittivi, senza utilizzare aggettivi (che tendono ad essere sempre qualificanti, giudicanti): si tratta di raccontare in modo preciso e il più “oggettivo” possibile ciò che accade, partendo da puntuali osservazioni precedentemente svolte;
  • evitare confronti con altri bambini;
  • lavorare INSIEME alle famiglie per un confronto su quanto osservato, coinvolgendole nella lettura dei comportamenti che il figlio manifesta, ricercando una traduzione degli stessi in messaggi da comprendere ed a cui rispondere secondo i bisogni del bambino;
  • concordare con i genitori successivi appuntamenti per aggiornarsi reciprocamente sulla situazione; 
  • in caso di situazioni particolari, rimandare i genitori ad eventuale approfondimento, in primis col pediatra.

Il tutto con una modalità connotata dall’ascolto attento ed empatico, dando spazio alla verbalizzazione delle emozioni ed al sostegno della famiglia. 

I problemi vanno presentati, con l’opportuna delicatezza del caso, ma senza aspettarsi che i genitori siano pronti a farsene carico nei tempi e nei modi stabiliti dal servizio educativo. La famiglia può avere necessità di tempi e modi diversi, che vanno rispettati ed accompagnati.     

 

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