di Marta Arduino, pedagogista e titolare del Nido “La tana dei cuccioli” di Meda

 

 

Sempre più spesso, in qualità di pedagogista e coordinatrice di un servizio per la prima infanzia, mi rendo conto di quanto la famiglia oggi sia fragile e bisognosa di sostegno; questo perché sempre meno si riconosce come soggetto portatore di risorse e competenze.

In una prospettiva “ecologica” emerge quanto sia importante per lo sviluppo dei bambini l’interazione tra un organismo umano attivo in sviluppo e le persone, gli oggetti e i simboli che si trovano nel suo ambiente circostante; proprio per questo motivo, l’ambiente familiare rappresenta lo spazio nel quale il bambino farà esperienze che saranno di fondamentale importanza per il suo sviluppo cognitivo e affettivo.

Partendo da questo assunto, si capisce quanto sia importante sostenere le famiglie nelle loro funzioni educative, per salvaguardare l’ambiente nel quale dovranno vivere e crescere i propri figli.

Noi pedagogisti ed educatori che lavoriamo nei servizi per l’infanzia cosa possiamo fare per sostenere i genitori? In primo luogo, io credo, dovremmo avere con le famiglie un approccio di potenziamento delle risorse già esistenti, facendo sì che esse diventino parte attiva nella soddisfazione dei propri bisogni.

Non possiamo regalare soluzioni o ricette preconfezionate. Non è compito nostro.

Possiamo, però, pensare di mettere a punto progetti di sostegno alla genitorialità, vale a dire ̀ progetti che offrano alle  famiglie spazi e tempi per raccontare di sè come persone, di sé come genitori e dei propri bambini. Spazi e tempi di ascolto, di confronto e condivisione su dubbi, curiosità, proposte, domande su che cosa significhi essere genitore, ma anche spazi e tempi in cui costruire un’alleanza per superare le difficoltà che troppo spesso vengono soffocate dal desiderio di continuare ad essere “genitori perfetti”.

In questo articolo desidero focalizzare l’attenzione su una tipologia di servizio per l’infanzia (ancora non troppo conosciuto) che nasce proprio col fine di promuovere forme flessibili e informali di sostegno alle famiglie, per prevenire i disagi e i rischi creati dall’isolamento o dall’assenza di una “famiglia allargata”, situazione che, al giorno d’oggi, si incontra sempre più di frequente, soprattutto nelle grandi città.

Sto parlando dei “Tempi per le famiglie”, servizi educativi frequentati da gruppi di genitori (o adulti di riferimento) con bambini da 0 a 3 anni. Qui gli adulti (spesso sono madri che non hanno una rete familiare o amicale di sostegno) possono trascorrere del tempo, interagendo con i propri bambini in compagnia di altri adulti, sostenuti e coadiuvati da pedagogiste ed educatrici esperte in età evolutiva, in un ambiente pensato, organizzato e attrezzato sia per piccoli che per grandi.

Sono spazi e tempi in cui i genitori offrono ai loro figli, i quali generalmente non frequentano il nido, delle occasioni d’incontro e socializzazione con altri bambini. Allo stesso tempo, però, emerge  la necessità e il desiderio degli adulti di socializzazione e di condivisione di vissuti ed esperienze legate alla genitorialità.

I gruppi si organizzano principalmente intorno ad alcune tematiche pedagogiche connesse alla relazione madre/bambino. L’attenzione si sposta dai cambiamenti che si generano nella coppia con la nascita di un figlio, alla progressiva elaborazione e confronto tra il  bambino ideale, fantasticato, e il bambino reale; compare il tema dell’allattamento e di come viene modulata la relazione in esso, e poi si parla di svezzamento, del sonno, dell’autonomia, dell’aggressività, del rapporto con i coetanei, del rapporto col padre…

Le educatrici e le pedagogiste che operano all’interno di questi servizi hanno un compito molto delicato: devono sostenere e supportare i genitori sin dai primi mesi di vita del figlio, andando a incidere a pieno titolo nell’area della “prevenzione primaria”, rispetto all’insorgenza precoce di dinamiche disfunzionali nella relazione madre-bambino. Esse, inoltre, operano al fine di favorire la costruzione e il consolidamento dei legami, sia tra i piccoli sia tra i grandi, lasciando aperta la possibilità che i legami possano mantenersi anche al termine dell’esperienza in comune, facendo nascere spontaneamente gruppi di auto aiuto tra famiglie. Le professioniste accolgono i pensieri, le preoccupazioni, le domande e le osservazioni degli adulti, favorendo un clima di ascolto tra i partecipanti al gruppo, piuttosto che fornire risposte conclusive. Le educatrici, al contempo, sostengono gli adulti nella relazione con i piccoli proponendo esperienze o avviando degli scambi all’interno di situazioni di gioco; non si tratta mai di interventi troppo strutturati o saturi, ma di stimoli, di avvii, di proposte che le mamme possono fare proprie e riproporre successivamente a casa nella relazione col bambino. Questo prevede una grande capacità di osservazione, di affiancamento all’adulto ma di non sostituzione ad esso nelle funzioni genitoriali. L’atmosfera che si cerca di favorire è di tranquillità e di accoglienza, di osservazione e rispetto per i tempi dei bambini e per le riflessioni e le richieste degli adulti.

Gli incontri con le famiglie risultano tanto più fruttuosi, in termini di corresponsabilità educativa, quanto più le educatrici sono  capaci di mettersi in ascolto senza giudicare: questa è la via più semplice per valorizzare le risorse che gli adulti di riferimento hanno e possono utilizzare con i bambini, nel servizio e fuori di esso. E’ importante, quindi, che le operatrici agiscano con chiarezza, tatto, assenza di giudizio, che riconoscano le madri e gli adulti con cui vengono in relazione come persone, con pensieri e sentimenti. Le famiglie oggi hanno un carico di vita piuttosto complesso, soprattutto dal punto di vista emotivo; ecco perché è importante ci si interroghi sul come poterle accogliere al meglio. Se si tenta di indirizzarle famiglie verso un comportamento educativo “corretto”, la relazione è sbilanciata dal momento che c’è chi parla e dà suggerimenti perché sa e chi ascolta perché non sa. La famiglia non è un contenitore da riempire. La famiglia oggi è una realtà molto complessa e ogni famiglia è unica, pertanto non possiamo pensare di proporre strategie educative che siano universalmente valide se vogliamo stringere solide alleanze, mentre è fondamentale conoscere e riflettere sulle regole e sui principi che definiscono il sistema familiare e conoscere i confini del proprio ruolo di pedagogista o educatore.

Tutto questo è sostegno alla genitorialità.