di Giuditta Mastrototaro, pedagogista e formatrice

 

 

Nel lavoro educativo possiamo trovaci a rispondere a richieste insistenti: “Il bambino da quando viene al nido è capriccioso. Come mai?”, “E’ giusto secondo lei il mio comportamento?”, “Cosa faccio se mi trovo in questa situazione?”. Queste richieste ci parlano di un tipo di relazione che possiamo definire “ping pong” ossia con domande che sembrano essere sempre più insistenti. Qualcosa non sta andando per il verso giusto perché sperimentiamo un certo grado di frustrazione, stanchezza emotiva e fatica nel ritrovarci a dare continuamente risposte. Che cosa non sta funzionando?

Per rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro e provare a osservare la situazione prima di agirla. Possiamo intanto chiederci di cosa ha bisogno questo genitore. Ci sta chiedendo davvero di sapere se si sta comportando bene o cosa fare in una data situazione? Forse prendendo un ampio respiro e provando a guardare la richiesta non stando sulla scena ma sedute nella galleria del teatro della vita, possiamo scorgere che quello di cui potrebbe aver bisogno il genitore è di sicurezza e di consapevolezza delle sue competenze e delle sue risorse, in sostanza di empowerment.

La fiducia nelle proprie capacità è lo strumento più importante che ogni persona ha bisogno di acquisire per crescere. Saper attingere alle qualità interiori vuol dire alimentare pensieri di fiducia e stima di sé.  Per questa ragione quando ci troviamo a rispondere a domande simili è più efficace far eco ai vissuti della persona che abbiamo davanti: ”Mi sembra che tu ti senta dubbiosa sul da farsi…” ed aiutarla a riflettere.

A volte invece di restituire fiducia al genitore aggiungiamo piccole paroline come: “Ma”, “invece”, “dovresti”che possono inficiare questo processo di ascolto di sé, perché mettono in secondo piano i sentimenti e le risorse della persona che abbiamo davanti e fanno diventare l’educatore protagonista della scena, proprio quando il genitore ha più bisogno di dare voce ai suoi pensieri e prendere consapevolezza delle sue capacità.

Il miglior esperto dei propri problemi è chi è portatore del problema stesso, perché ognuno dovrà trovare la sua strada, non la nostra. In un autentico processo di ascolto la persona può riappropriarsi delle sue emozioni e delle sue ragioni. Questo processo gli sarà utile per mille altre domande che si presenteranno nel suo cammino di genitore.

C’è una certa congruenza tra ciò che percepiamo di noi stessi e le domande che ci poniamo. Se un genitore pensa di non saper fare la mamma o di non essere all’altezza della situazione tenderà a cercare di trovare l’esperto di turno che le dia le risposte giuste e così rimane ancorata/o a un modello di dipendenza. Invece, se restituiamo nelle mani del genitore la capacità di stare in relazione con se stessa e il suo bambino, ciò farà la differenza nella sua capacità di discernere e di crescere. Empowerment è proprio questo: conquista di sé e fiducia nelle proprie competenze. Questo processo ha bisogno di tempo e spazio per realizzarsi, ma nessuno è così ricco da poter dire che ha raggiunto la fiducia in sé da poterla solo donare o così povero da poter solo ricevere. In realtà la stima di sé, nessuno ce la può dare, possiamo essere degli stimoli o facilitatori per gli altri, ma ognuno questa consapevolezza può trovarla solo dentro di sé.

Il termine empowerment indica un percorso di crescita e di sviluppo, basato sull’autoefficacia, sull’autodeterminazione. Per questa ragione è importante in questo processo riconoscere le proprie scelte, i successi e i traguardi raggiunti che restituiscano un filo conduttore alla narrazione sulla propria vita. Lo scopo allora diventa valorizzare le risorse note e far emergere quelle latenti, conducendo il genitore ad acquisire consapevolezza nel suo potenziale, che non è nelle nostre mani ma nelle sue.

Camminare a fianco dei genitori e dei bambini innesca la mobilitazione di nuova energia che può portarci ad un cambio di paradigma: da richieste insistenti del genitore a domande chiarificatrici dell’educatore/trice. Porsi dalla parte delle domande e non delle risposte è un modo di restituire fiducia perché le risposte che emergeranno sono frutto delle competenze che ogni genitore ha e che non sapeva di avere.

È un approccio antico, noto alla filosofia nella ricerca della verità, che si chiama “maieutica socratica”. Il grande filosofo Socrate si definiva un’ostetrica spirituale ossia lui diceva che non insegnava nulla ma faceva partorire le idee che ognuno aveva già dentro di sé. E’ la scommessa che facciamo ogni giorno anche noi coordinatori pedagogici ed educatori riponendo fiducia nelle competenze dell’altra persona.

L’obiettivo è quello di attivare un percorso ricco di nuove possibilità, conducendo la persona ad essere protagonista e non utente, al fine di favorire il salto di qualità, lo sviluppo e la crescita personale, superando il senso di inadeguatezza, imparando a riconoscere la paure di sbagliare e ad oltrepassarla.

Questo obiettivo lo possiamo raggiungere se per prime noi siamo presenti a noi stesse, se ci assumiamo la responsabilità del nostro sentire. Quando ci ritroviamo a farci un’idea statica di com’è il genitore o il bambino, ci stiamo allontanando dall’empatia, stiamo limitando la potenzialità del nostro ascolto e della nostra efficacia, è come una profezia che si auto avvera. Se giudico una persona come una che non vuole occuparsi del figlio/a o un bambino come aggressivo interpreterò tutte le sue azioni sotto questa lente, invece di comprendere la fatica, la paura, lo smarrimento e l’angoscia che magari c’è sotto quel comportamento.

Ecco, allora quando sentiamo che qualcosa non sta funzionando, che il genitore ci sta ponendo domande insistenti e sentiamo delle difficoltà di gestione nella relazione con lui o lei è bene spostare l’equilibrio di questo rapporto nell’ottica di restituire fiducia nelle sue competenze. Possiamo provare a esplorare nuove aree che facciano leva su aspetti più riflessivi e narrativi come ad esempio:

  • Ci sono dei problemi che hai risolto che erano simili?
  • Che cosa ha funzionato?
  • Che cosa non ha funzionato?
  • C’è un altro modo per dare una spiegazione a tutto questo?
  • Che cosa accadrebbe se…?
  • Che cosa prova il bambino quando..?

 Se alziamo gli occhi al cielo ogni volta che quella persona parla è arrivato il momento di fermarci e ascoltare i nostri sentimenti. Sentimenti di ben-essere o mal-essere ci possono fornire preziosi indizi sui nostri bisogni. Riappropriarci del nostro sentire è un’opportunità che abbiamo ogni giorno ascoltando come educatori i genitori e i loro bambini. Ogni relazione personale o professionale può essere un’opportunità di crescita reciproca. Far crescere le nostre competenze di ascolto ha un’influenza positiva non solo nelle relazioni educative ma in tutti gli ambiti della nostra vita: a casa e al lavoro. Riprendendo le parole di Alba Marcoli: ” Essere davvero d’aiuto vuol dire che l’altro è riuscito a vedere una differente prospettiva. Essere davvero d’aiuto vuol dire che l’altro arriva con delle domande precise e va via con domande più ampie”.

 

 

Bibliografia:

Danon Marcella. Counseling. La terapia per aiutare gli altri ad affrontare gli altri con un nuovo spirito. Red. Novara 2003.

Goleman Daniel. Intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici. BUR. Milano 1997.

Marcoli Alba. E le mamme chi le aiuta? Mondadori. Milano 2009

Mastrototaro Giuditta. Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica. Streetlib. Milano 2015.

Rosenberg, Marshall B. Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta. Edizioni Esserci. Reggio Emilia 2003.

 

 

 

 

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