di Sabina Colombini, pedagogista, formatrice, docente di Percorsi formativi 06

 

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Lo strumento…

Questo strumento della Metodologia presenta caratteristiche che, forse più degli altri, ne permette l’utilizzo nei contesti di educazione informale che hanno come oggetto anche il vissuto emotivo degli individui.

Non è possibile, all’interno dei gruppi di narrazione, individuare conduttori o esperti; tutti i partecipanti, alla luce di un protagonismo collettivo che consente un coinvolgimento che diventa responsabilità comune per il funzionamento del gruppo stesso, assumono lo stesso valore e ruolo. Ricercatori ed esperti dei propri figli e coautori della storia della loro crescita. Lo scopo è di creare un tessuto solidale e consapevole, promuovendo una genitorialità diffusa e una consapevolezza delle competenze educative in possesso, stimolando i professionisti a stipulare alleanze paritarie con le famiglie (Moletto, Zucchi, 2013, p. 124).

In altre parole, questo strumento ha l’obiettivo di coscientizzare i genitori, raccogliere e valorizzare le narrazioni degli itinerari educativi compiuti con i propri figli. Vi partecipano tutti coloro che sono interessati alla Metodologia (compresi insegnanti ed educatori) che, narrando solo ciò che desiderano gli altri sappiano, senza schemi prefissati, raccontano la propria esperienza, con particolare attenzione a “come educano” o a “come sono stati educati”, raccontandosi in qualità di genitori piuttosto che di figli. Il punto di partenza è, dunque, l’esperienza quotidiana, condivisa attraverso la narrazione.

Dal punto di vista logistico, coloro che partecipano al gruppo sono invitati a sedere in circolo, segno della pari dignità di ciascuno, e narrano oralmente i loro itinerari di vita che coinvolgono in prima persona il figlio, in un contesto di normalità e serenità, funzionale alla comunicazione. Le regole non sono numerose, ma sono comunque presenti e condivise all’inizio della sessione. Tra queste una è quella di non interrompere chi espone: ognuno, infatti, prende parola rispettando il proprio turno, occupando tutto lo spazio che ritiene opportuno, seguendo la disposizione dei posti e rispettando i ruoli assunti da ognuno. In una simile prospettiva, in cui viene messa in comune la genitorialità di tutti, ognuno si sente protagonista: chi narra, raccontando, mette ordine alle azioni che compie, ai propri pensieri, progetta in nome del compito educativo che è chiamato a compiere; chi ascolta costituisce un uditorio che partecipa attivamente sollecitando l’altro con la sua attenzione e il suo rispetto. Come si è sottolineato precedentemente, non esistono conduttori, ma alcuni partecipanti, denominati “agevolatori” – facilitatori – (Rogers, 1976, p. 14) che si assumono la responsabilità del buon funzionamento del Gruppo, creando un clima di sicurezza, atto ad accogliere diverse reazioni emotive, e in cui si realizzi gradualmente libertà di espressione e riduzione dell’atteggiamento difensivo. Da questa mutua libertà di condivisione dei propri stati emotivi positivi e negativi si sviluppa un clima di fiducia reciproca, che promuove, in ciascun partecipante, una maggiore accettazione di sé. Da questa situazione di accoglienza, accettazione e benevolenza emerge anche una migliore comunicazione, che si realizza grazie all’ascolto reciproco e all’emergere di nuove idee e concetti, presupposti necessari per il cambiamento della persona, occasione auspicabile piuttosto che temibile (Rogers, 1976, p. 14).

La letteratura scientifica e l’esperienza quotidiana ci permette di sottolineare come, nella nostra contemporaneità, sia possibile assistere a un deficit emotivo che si traduce nella visione dell’adulto come soggetto fragile e incapace a compiere il proprio mandato educativo: questa considerazione suggerisce e implica, in qualche modo, il ricorso alla terapia per la gestione dell’esistenza. Per questa ragione, dunque, risulta necessario offrire spazi mentali per progettare la crescita dei figli e concorrere alla loro educazione, opportunità che non è azione singola e limitata nel tempo: deve, piuttosto, situarsi in uno spazio di condivisione creato socialmente, come – per esempio – quello promosso dai gruppi di narrazione. La finalità di una simile proposta è quella di concorrere alla costruzione di una nuova cultura che, partendo dalla dimensione pedagogica della speranza, colleghi genitori e professionisti nella dimensione di co-responsabilità nell’essere educatori, rimettendo in campo, attraverso le narrazioni, fiducia e speranza, con la consapevolezza, unita al sostegno sociale, di attribuire dignità e significato alla formazione dell’uomo attraverso l’esperienza (Moletto, Zucchi, 2013, pp. 126-127).

Nell’analisi dell’esperienza del singolo all’interno del Gruppo, l’individuo ha l’opportunità di osservarsi, di riconoscere la solitudine che caratterizza il proprio ruolo quotidiano e, al contempo, a comprendere che la propria azione e il proprio pensiero sono accettati e rispettati dai membri del gruppo (Rogers, 1976, p. 115). In questo senso il Gruppo è un tentativo di affrontare e superare l’isolamento e la solitudine dell’individuo nella vita contemporanea, caratterizzata sempre più da impersonalità. La persona, stabilendo un incontro fondamentale con l’altro, non è più isolata (Rogers, 1976, p. 157): la sua solitudine viene superata attraverso il sentimento di accettazione del proprio autentico sé da parte degli altri partecipanti, attraverso un’esperienza che, incoraggiando gli individui a “mettersi a nudo” attraverso la narrazione dei loro vissuti anche più intimi, ha il potere di ridurre la distanza esistenziale ed emotiva tra questi. Il risultato è che gli individui hanno l’opportunità di comprendere che le proprie paure, le proprie insicurezze, gioie e, in generale esperienze ed emozioni, non solo sono accettate dagli alti, ma soprattutto condivise. La narrazione degli itinerari educativi si presenta, dunque, come strumento che, oltre ad incrementare la consapevolezza genitoriale ed essere nuovo sapere per gli esperti che si occupano direttamente del figlio, accomuna tutti all’interno di una genitorialità allargata e collettiva, che si realizza nella continuità degli incontri.

I racconti esperienziali, inoltre, inducono un senso di familiarità e affiliazione in chi narra e in chi ascolta: ognuno offre una parte di sé, della propria storia personale, si espone agli altri e si sente, a sua volta, ascoltato e compreso, affidando all’altro un atteggiamento di fiducia. Tale sentimento implica, attraverso un meccanismo spontaneo e non imposto, reciprocità da parte dei membri del gruppo, in cui ognuno partecipa, e riconosce la necessità di restituire, con l’esposizione delle proprie vicende emotive, l’umanità che l’altro ha offerto.

 

…e alcune sue caratteristiche

Il “gruppo di narrazione”, strumento della Metodologia, presenta alcune caratteristiche utili alla definizione di un percorso di educazione informale tra adulti: la comunicazione emotiva, la narrazione, la scrittura e la condivisione di itinerari educativi. La narrazione, nello specifico, si presenta come vero e proprio “viaggio formativo” (Demetrio, 1995, p. 16), per chi racconta e per chi ascolta; non è solo uno strumento atto a diffondere informazioni, ma è sapere che consente di situare, dare spazio e tempo alle azioni e alla realtà dell’uomo e permette, in generale, di dare senso alle vicende umane (Bruner, 1987b), sempre emotivamente connotate. Viene data forma all’esperienza, che diventa conoscenza che precede l’azione. I racconti dei propri vissuti hanno il potere di trasformare gli interlocutori; produce consapevolezza in chi espone e genera emozioni in chi ascolta (Moletto, Zucchi, 2013, pp. 75-77). Una volta compiuto lo scambio comunicativo, infatti, la situazione risulta mutata irreversibilmente: “il cambiamento è l’essenza della comunicazione” (Mariani, 1997, p. 88). Se si accosta al termine “comunicazione” quello di “mettere in comune”, “scambiare”, si può ammettere che “formare è far comunicare”, ovvero è rendere possibile lo scambio comunicativo con gli altri e facilitare tale relazione fra gli altri (ibidem).

Il genitore che narra espone situazioni specifiche che mettono in campo la propria professionalità: in veste di formatore, si sente riconosciuto nel suo agire e ciò determina sentimenti di commozione, restituzione sociale del suo impegno e riconoscenza verso coloro che ricevono tale testimonianza, per esempio gli altri caregivers. Chi ascolta, avendo al suo servizio gli itinerari di vita narrati dai genitori, è spettatore attivo di tale situazione: ne viene coinvolto, assorbe, cerca soluzioni, riflette, si mette in discussione, poiché posto nelle condizioni di operare una trasformazione di sé (Moletto, Zucchi, 2013, pp. 76-81). La narrazione, infatti, è anche il messaggio che il genitore scrive a se stesso; è possibilità di aprirsi, svelarsi, chiarirsi e comprendersi.

L’analisi della propria autobiografia è, come abbiamo visto, il primo passo per diventare consapevoli delle proprie esperienze di vita e del loro significato: ricostruirla, attraverso la narrazione dei propri itinerari educativi, consente di comprendere non solo la portata della propria mission genitoriale ed educativa, ma anche l’importanza di condividerla con gli altri al fine di attribuirvi professionalità. L’oralità, attraverso cui ogni genitore comunica e attribuisce forma pubblica alla propria esperienza educativa, non è sufficiente. Occorre un altro strumento comunicativo che permette un’ulteriore socializzazione del sapere e un ulteriore spazio di riflessione: la scrittura. La Metodologia, infatti, prevede che partecipanti, dopo aver esposto oralmente i propri vissuti in qualità di figli oppure in qualità di genitori, li consegnino alla parola scritta (Moletto, Zucchi, 2013). Un’azione, infatti, riceve dignità anche per il fatto di essere trasmessa e di essere oggetto di riflessione da parte dell’autore e di coloro che la leggono. “Il testo scritto può essere ripercorso” (Mariani, 1997, p. 93), analizzato, esaminato e, proprio per le caratteristiche che lo differenziano dall’oralità, permette di rendere l’esperienza evidente, visibile e conoscibile anche agli altri, fino a costituire una rete di individui accomunati dalla condivisione di ciò che viene esposto. Ricorrere alla scrittura è utile per dare la possibilità ai propri vissuti di restare disponibili al pensiero e alla riflessione, poiché alla base vi è l’intenzione di “trattenere le cose”: è proprio nell’atto di scrivere che l’esperienza si fa conoscibile a se stessi attraverso il pensiero (Mortari, 2003, p. 88). Mettere per iscritto le narrazioni dei genitori significa, allora, da un lato, permettere agli esperti di accogliere e considerare il loro sapere e, dall’altro, attribuire valore e significato alla loro vita e dare compiutezza alla dignità umana (Moletto, Zucchi, 2013, p. 65).

Rispetto, invece, alla condivisione degli itinerari educativi, un ulteriore passo della Metodologia è quello di raccogliere e diffondere le narrazioni dei genitori al fine di creare bacini culturali educativi volti alla ricerca di capacità e professionalità allargata (Moletto, Zucchi, 2013, p. 67). Se la narrazione offre ai soggetti un “luogo in cui fermarsi a pensare” e interrogarsi circa ciò che vivono concretamente, all’interno della Pedagogia dei Genitori, è essenziale anche la condivisione della stessa per generare intuizioni più approfondite, intuizioni che riguardano anche i propri vissuti emotivi. La condivisione dell’esperienza emozionale comporta due elementi:

– la rievocazione dell’emozione sotto forma di linguaggio socialmente condiviso;

– la presenza di un interlocutore a cui è rivolta la rievocazione. (Rimè, 2008, p. 92).

Essa, dunque, non si limita alla comunicazione dell’episodio emozionale, ma prevede che da parte degli interlocutori vengano espresse e percepite delle emozioni, parte determinante dello scambio. Non solo il ricordo di tali avvenimenti comporta la riattivazione delle diverse risposte – psicologiche, sensoriali, esperienziali – manifestatesi in occasione dell’evento iniziale, ma tale fenomeno si verifica anche durante la condivisione sociale di questo; si tratta di un atteggiamento che le persone ricercano attivamente come opportunità e necessità, in presenza di emozioni sia positive sia negative (Rimè, 2008, pp. 113-114).

Se si assume la Metodologia come opportunità di formazione, o meglio co-formazione, degli adulti, è facile comprendere come il condividere la propria esperienza sia necessario per guadagnare sapere: dare dimensione pubblica al materiale reso disponibile dalla scrittura delle narrazioni significa offrire la possibilità di arricchirsi grazie all’esperienza comunicata.

 

 

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