di Alice Rampa, pedagogista

 

 Ambientamento, una di quelle parole che fa parte del quotidiano per chi lavora nei servizi educativi 06.

 

Ma qual è il significato più prezioso che vorremmo attribuirgli?

Non un mero cambio di termine, per passare da “inserimento” ad “ambientamento”.

Non un semplice passo in avanti, che vede comunque il soggetto esterno al servizio che si avvicina all’ambiente e ne entra a far parte.

Ecco, però possiamo partire da qui.

 

Se guardiamo il dizionario il significato è “adattamento all’ambiente”.

Adattamento: capacità di adeguarsi a qualcosa.

Io cerco di muovermi sempre un passo dopo l’altro… e questi passi mi portano all’elemento su cui vorrei si soffermasse l’attenzione, per provare a fare un percorso di ricostruzione del processo cui facciamo riferimento con il termine “ambientamento”.

 

Proviamo quindi a ripartire dal termine “ambiente”, così come lo intendiamo quando parliamo di servizi educativi, nidi.

Propongo insomma un percorso a ritroso che vada a smantellare i vari elementi e riferimenti che costituiscono il momento che definiamo di ambientamento.

Malaguzzi si riferisce all’ambiente dei servizi per la prima infanzia chiamandolo “terzo educatore” affidandogli così caratteristiche assolutamente “umane” e quindi anche mutabili.

Ed ecco che il ruolo dei soggetti in gioco cambia: non è più ingresso in uno spazio e assimilazione di regole sempre uguali, su cui è impossibile apportare cambiamenti ma incontro.

 

“Progettare scuole è dare risposta al bisogno di prendersi cura gli uni degli altri. È il terreno comune per dare forma a qualcosa di nuovo, il seme del futuro.” (B. Weyland)

 

Dare forma, insieme, a qualcosa di nuovo, anche attraverso la cura.

Soprattutto attraverso la cura, in servizi che si riferiscono a bambini della fascia 0/3, 3/6 o 0/6.

 

Si parla di progettare scuole, io ci trovo un’assonanza potente con il periodo dell’ambientamento.

Costruire.

Ri – costruire.

De – costruire.

Costruire: mettere insieme.

Ciascuno dei soggetti in campo porta qual che può, che sente, che vuole, che riesce. Ma non è definitivo.

Anche in questo caso si tratta di un primo passo verso una continua rielaborazione dell’equilibrio raggiunto.

Avanti e indietro.

 

“La traduzione delle esperienze avviene già all’interno della relazione che si è rivelata nel momento dell’incontro dei corpi, della scoperta dell’esistenza dell’altro. Da quel momento … l’io e l’altro hanno iniziato a scambiarsi le parti, ad allontanarsi e avvicinarsi, non sono più rimasti al loro posto. La relazione non è un mezzo per unire le rive opposte di un fiume. La relazione è il ponte che permette di transitare dall’una all’altra. E i due soggetti che si sono incontrati adesso non abitano più ciascuno sulla propria riva. Si muovono avanti e indietro sul ponte”. Laura Bollea, Sentire l’altro

 

Ecco, affondiamo concretamente nelle dinamiche che prendono vita nel periodo degli ambientamento.

Storie che si incontrano, prima di tutto.

Storie vissute.

Storie che possono essere im – possibili da raccontare.

Storie personali.

Storie di famiglia.

 

“Noi non siamo solo quello che mangiamo e l’aria che respiriamo.

Siamo anche le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci siamo addormentati da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno dato…”

Tiziano Terzani

 

Ambientamento per noi educatrici, per il gruppo educativo che si sta ri-creando, per l’ennesima volta.

 

Ambientamento delle famiglie al nido, che l’ingresso in una comunità, soprattutto come quella del nido che ogni anno si ri-crea, non è mai cosa semplice. E no, il fatto che sia il primo, secondo, decimo figlio non è l’unica variabile in gioco né per quello che riguarda le aspettative né le modalità e dinamiche messe in atto (e men che meno per dubbi, paure, fatiche).

 

Ambientamento per i bambini, che danno forma agli spazi della sezione e intanto prendono forma nella loro singolarità anche grazie ai confini offerti dal nido stesso.

 

Genitori, famiglie, gruppo educativo, assistenti, bambini uniti da fili, da relazioni che si tessono su livelli “multistrato”.

Una danza, un’immagine che trovo poetica, evocativa.

 

In verità, il modo giusto per cominciare a pensare alla struttura che connette è di pensarla in primo luogo (qualunque cosa ciò voglia dire) come una danza di parti interagenti e solo in secondo luogo vincolata da limitazioni fisiche di vario genere e dai limiti imposti in modo caratteristico dagli organismi”.

Mente e natura di Gregory Bateson, Adelphi, Milano, 2011, p. 27.

 

Una danza.

Danza è

movimento

musica

emozione

Danza è comunicazione.

Sempre.

 

Etimologicamente comunicare significa “mettere in comune”, stabilire un rapporto con qualcosa che non ci appartiene, per cui “essere con” implica l’esistenza di una distanza, e la volontà di un legame che sia però in grado di mantenere quella distanza che consenta la comunicazione di non risolversi in una identificazione.

Galimberti, Umberto, Il Corpo, 7 ed. (Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1997), p. 101.

 

Bullone.

Rondella.

Mondi diversi che si incontrano, si osservano.

Bullone e rondella che “ballano”. D’altra parte abbiamo detto che si tratta di una danza, no?

 

“[…] tu non sai, e non saprai mai, tutto quello che io sento o penso: più precisamente, i modi e i sensi attraverso i quali io sento o penso quello che sento o penso. E allora bisognerà pure che io parli: che, per usare una locuzione assai bella del linguaggio quotidiano, “io dica la mia”. E che, naturalmente, la dica a mio modo.”

Sergio Moravia, L’enigma dell’esistenza,  (Milano: Feltrinelli 1996), p. 58.

 

Credo che questo sia davvero l’assunto principale da cui partire per qualsiasi percorso, qualsiasi possibilità di incontro: non si può comprendere l’altro nella sua totalità, senza che ci sia ascolto, presenza, parola, comunicazione.

 

E dove avviene questo incontro?

In uno spazio ben definito nel nostro discorso, all’interno delle sezioni, nei corridoi, negli spazi dedicati agli incontri con i genitori.

Quello spazio, ambiente, da cui è partito il nostro discorso.

 

Io mi accorgo sempre e solo dello spazio.

Io non so se piove o se nevica per quello che è la storia del piovere o di nevicare: io so quanto è larga una strada e quanto alte le case. Che luce prende la strada, se è grigia e morbida perché piove o se è bianca senza peso perché nevica: so come si succedono gli spigoli e le curve, come la passano le correnti della gente le macchine e i tram e i fili della luce: questo so e mi basta.

Questa è storia interessante.

Il mondo può essere di spazio, cioè di luce, e io posso ritrovarmi uomo nel mondo tutto di spazio. […] Perciò è difficile che uno si accorga se piove o se nevica, perché questo no né la sua storia. La nostra storia è lo spazio, la nostra storia noi la raccontiamo con lo spazio”.

(Per qualcuno può essere lo spazio di Ettore Sottsass)

 

La nostra storia noi la raccontiamo con lo spazio.

 

Il linguaggio, che, parlando di incontro tra individui assume la struttura di dialogo, colloquio, consente quindi un’apertura all’esterno che intesse una relazione continua con il mio interno; senza questa circolarità verrebbe a mancare una delle caratteristiche fondanti la relazione e l’incontro con l’altro.

Questo è un elemento fondamentale sia a livello di riflessione teorica e filosofica, sia nella realtà dell’incontro con l’altro e, ancora di più, in una relazione di cura. L’immagine, che emerge da una riflessione che vede nel perfetto equilibrio tra dialogo, silenzio e ascolto la sua massima realizzazione, è di rispetto, incontro fondato sulla relazione etica tra uomini.

 

In ogni dialogo, in ogni colloquio, siamo aperti al mondo degli altri e al nostro mondo interiore: nella loro continua e dialettica correlazione tematica. ( Borgna, Eugenio, Noi Siamo Un Colloquio,  (Milano: Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1999), p. 13.)

L’idea dell’incontro sulla soglia mi colpisce sempre molto, in quanto è come se rendesse quasi visibile la disposizione d’animo con cui ci si deve porre nei confronti dell’altro. Io esco da me, ma non per dimenticare quello che sono e assumere la realtà dell’altro, ma, sulla soglia, io incontro l’altro e, nello stesso momento, gli permetto di avvicinarsi a me.

Comunicare è incontro, uscita da sé nomade. È incontro sulla soglia2.

Sulla soglia di cosa? Sulla soglia del mio corpo, che mi permette, da una parte di uscire da me per avvicinarmi all’altro, ma, proprio per la fisicità che comporta una posizione nello spazio, non mi è permesso di uscire completamente da me stesso. È proprio il fatto di essere corpo che

Una nuova questione si aggiunge ora alla mia riflessione sul linguaggio e sul rapporto tra soggetti.

 

Solo nel silenzio si dà autentica comunione e relazione con un Tu. Il silenzio costituisce insieme la premessa e il vertice di ogni rapporto umano. Ogni incontro tra due esseri umani nasce da uno sguardo. Ma lo sguardo, per essere autentico, ha bisogno del silenzio. (Lizzola, Ivo, Aver Cura Della Vita. L’educazione Nella Prova:La Sofferenza, Il Congedo, Il Nuovo Inizio, 4 ed. (Troina: Città aperta edizioni s.r.l., 2006), p. 60)

 

Emerge, grazie a questa citazione, un altro elemento fondamentale per l’incontro con l’altro (sia che avvenga in condizione di parità tra i due soggetti, sia in una situazione di asimmetria in cui uno dei due necessita dell’assoluta attenzione dell’altro perché impossibilitato a parlare), ovvero lo sguardo.

 

Il mio sguardo è uno sguardo di consenso, di adesione piena, è uno sguardo partecipe… Cioè, il linguaggio del corpo e il linguaggio della parola sono due strumenti conoscitivi essenziali, a volte si sovrappongono e a volte invece si allontanano e si dissociano. ( Zucal, Silvano, Romano Guardini, Filosofo Del Silenzio,  (Roma: Edizioni Borla, 1992), p. 42)

 

Lo sguardo che rivolgo all’altro non deve essere uno sguardo di giudizio, di ricerca di comprensione dell’altro, ma deve delinearsi come uno sguardo di attesa nei confronti dell’altro; solo così mi posso avvicinare all’altro e almeno provare a capire cosa vuole dirmi.

Se, al contrario, lo sguardo intende comprendere totalmente l’altro, toglie la possibilità al suo corpo di farsi comunicazione, mettendo in atto una violenza particolarmente grave, in quanto gli si impedisce di realizzare una delle peculiarità della vita umana, ovvero il mettersi in relazione con gli altri.

 

Togliere la parola al corpo è quasi interrompere la sua possibilità di farsi presente a se e all’altro. (Borgna, Eugenio, “Giornata Di Studio Sul Tema Dell’interpretazione” (Padova, 1 giugno 2000)

 

Nella povertà della nuova infanzia e nel forte impaccio dei corpi le parole non riescono, spesso, ad articolarsi. Allora hanno la grande occasione di provare, forse di nuovo, a sentire quel silenzio della vita del quale una parola capace da cogliere i vissuti deve continuamente tornare a nascere. Ma le nostre parole vogliono segnare troppo, vogliono prendere, spiegare, rivendicare diritti, emancipare. […] Forse solo nella passività del corpo che non regge (più), nei luoghi che noi costruiamo per ospitare le esperienze dell’umano, dell’umano fragile, dell’umano vulnerabile, lì è possibile, forse, re – imparare l’ascolto del silenzio e del gesto in un corpo a corpo che serbi dignità, rispetto, fiducia. Sguardo che sia riguardo, regarder. E imparare, sentire il senso di parole delicate che trovano a ospitare i vissuti. ( Lizzola, Ivo, “Educazione E Legami Nelle Prova,” in Persone E Legami Nella Vulnerabilità. Iniziativa Educativa E Attivazioni Sociali a Partire Dalla Socialità (Milano: Unicopli, 2006), p. 90)

 

 

“C’è pure chi educa, senza nascondere

l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

sviluppo ma cercando

d’essere franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono:

ciascuno cresce solo se sognato”.

Danilo Dolci

 

 

 

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