di Silene Garbarino, psicomotricista 

 

In questo articolo desidero condividere alcune riflessioni in merito alle risonanze emotive come strumento per sostenere le fatiche dei bambini.

Chi lavora in ambito educativo conosce bene la sensazione di grande empatia che nasce in noi adulti quando un bambino ci sorride, ci porta un gioco o ci chiede aiuto per raggiungere un suo piccolo grande obiettivo.

Ci sentiamo apprezzati, scelti e soprattutto competenti nel nostro lavoro. Sentiamo che siamo importanti per quel bambino e per il suo percorso di crescita e non c’è feedback più appagante di questo.

Allo stesso modo, però, conosciamo bene la sensazione di disagio quando non riusciamo ad entrare in contatto con un bambino. Le nostre competenze sembrano non valere in quella particolare relazione. Ci sentiamo smarriti, spiazzati. Quello che pensavamo di fare tanto bene, non funziona.

Disagio è il termine più appropriato per descrivere lo stato d’animo che si prova in quel momento. Non ci sentiamo più a nostro agio. E, siccome il lavoro con i bambini coinvolge quello che siamo come persone, nella nostra complessità, capita di non sentirci a nostro agio con noi stesse.

E allora ci chiediamo se siamo davvero brave nel nostro lavoro.

Quando ci sentiamo messe alla prova in una relazione che non funziona e abbiamo provato a mettere in campo tutte le strategie che conoscevamo senza avere risultati, una delle possibilità è quella di allontanarsi, evitare di provarci ancora.

I nostri pensieri, che hanno il compito di rassicurarci rispetto al fatto che siamo brave maestre ed educatici, si trasformano per raccontarci che quel bambino è fatto in quel modo e non abbiamo gli strumenti per aiutarlo davvero.

Liberate dal senso di frustrazione solo in superficie, possiamo ricominciare le nostre attività dedicando più energie a chi ci appare più ricettivo.

Come psicomotricista, ritengo fondamentale, in qualunque relazione con i bambini, prestare attenzione alle risonanze emotive, sia quando queste ci fanno male, sia quando abbiamo la sensazione che tutto funzioni.

Vale sempre la pena chiedersi “Come mi sento in questo rapporto?”.

Ma la difficoltà più grande si crea quando con un bambino non stiamo bene. Spesso non ne comprendiamo i comportamenti o il nostro modo di fare non viene accolto e, anzi, è respinto.

Uno degli strumenti più efficaci che possiamo utilizzare è la risonanza emotiva. Come risuona quell’interazione dentro di noi a livello emotivo.

Vi racconto la storia di M., un bambino del nido che aveva fatto molta fatica ad ambientarsi. Quando arrivava al nido si sedeva sul tappeto col ciuccio, il pupazzo di casa e un cuscino.

E stava lì, fermo. Qualunque cambiamento lo metteva in crisi e scoppiava in pianti inconsolabili.

Pensate alla sua fatica nel vedermi trasformare la stanza dell’accoglienza in sala di psicomotricità.

Io ero ancora ignara di questa difficoltà ma ci volle pochissimo perché ne diventassi consapevole.

La prima vota mi guardò pietrificato e rimase in braccio all’educatrice per tutto il tempo. I miei tentativi di farlo sentire accolto sorridendogli o raccontandogli quello che stavo facendo non facevano che peggiorare la situazione.

La seconda volta fu ancora più in difficoltà. Non riuscì nemmeno ad accogliere l’abbraccio dell’educatrice con cui aveva creato un legame. Tutto teso guardava lo spazio con terrore.

La terza volta, iniziò a piangere appena mi vide.

Per me fu una sensazione di forte disagio. Il problema ero diventata io.

Per accertarmi della cosa entrai e uscii diverse volte dalla stanza con la scusa di andare a prendere il materiale. Quando uscivo il pianto si riduceva, sebbene non smettesse mai del tutto. Quando entravo, M. si dimenava piangendo disperato.

Come coinvolgerlo nell’attività se la mia sola presenza gli creava un malessere così grande?

Il modo in cui siamo usciti da questa situazione è banale. Talmente semplice che è potrebbe essere scritto su qualsiasi manuale di pedagogia a pagina 1.

Eppure, in quel momento mi sentivo insicura, instabile. Aveva toccato le mie corde personali e la mia attenzione si era improvvisamente spostata su di me. Volevo eliminare il senso di disagio che la situazione aveva generato.

Quello che ho fatto, allora, è stato prendere la spiacevole sensazione e accoglierla, guardandola in faccia.

Non potevo eliminarla né nascondermi. L’unico modo che avevo per uscirne era ascoltarmi.

Io ero frustrata e avevo capito che la situazione attivava in me paure e insicurezze che erano già presenti al di là di lui e che il suo pianto aveva solo svelato.

Se in quel momento mi sentivo instabile era perché sentivo vacillare le mie capacità come psicomotricista. Avevo bisogno di essere rassicurata.

È stata questa consapevolezza che mi ha portato a vedere la sua difficoltà e a trovare la soluzione.

Essermi sintonizzata con le mie emozioni mi ha permesso di accogliere anche le sue.

Io avevo bisogno di essere rassicurata.

Lui anche.

 

Manuale di pedagogia: pagina 1. Accogliere i bisogni dei bambini.

Mentre preparavo la stanza, lui piangeva disperato in un angolo tenendo stretto il suo pupazzo e il suo cuscino.

Mentre disponevo i materiali, ho chiesto ai bambini di raccontarmi cosa avrebbero fatto dopo.

Mentre preparavo il tavolino con i tappeti, loro mi rispondevano che avrebbero fatto dei salti grandissimi.

Con i cubi una torre, una casa. I cilindri si sarebbero trasformati in cavalli.

Gli scatoloni sarebbero stati le loro barche.

E mentre raccontavano i giochi fatti la volta precedente, Marco che era rimasto a guardare durante la seduta precedente, ora li ascoltava attento ricordandosi ciò che aveva visto la settimana prima.

I bambini, con i racconti dei giochi, l’hanno aiutato ad anticipare quello che sarebbe successo da lì a poco e questo è stato per lui rassicurante.

Poi ho preso i pupazzi e li ho messi in un punto non troppo vicino a lui ma in modo che fosse facile vederli. Volevo che avesse a disposizione, anche solo visivamente, dei materiali simili al pupazzo che stava abbracciando.

Questi pupazzi, alcune sedute successive, gli hanno permesso di lasciare il suo e di tuffarsi insieme agli altri bambini nella piscina che avevamo costruito.

Dopo aver sistemato tutti i pupazzi, ho preso il tappeto su cui lui passava normalmente gran parte della giornata. L’ho sistemato nel punto in cui lui era abituato a trovarlo quando arrivava al mattino.

Sebbene la stanza fosse trasformata, vi era un elemento per lui così importante, che gli dava continuità con la quotidianità del nido a cui stava iniziando ad abituarsi.

Infine, mi sono avvicinata abbastanza da fargli capire che ero lì per lui ma non troppo per non farlo sentire invaso con la mia presenza. Gli ho detto: “puoi tenere il ciuccio, il cuscino e il pupazzo”.

Non aveva nessuna intenzione di lasciarli, né io di toglierglieli ma dirglielo significava che a me andava bene, che capivo il suo bisogno di averli vicini e lo accoglievo.

Ho chiesto, infine, all’educatrice di sedersi a fianco a lui durante il cerchio iniziale.

Tutte strategie molto semplici che vengono spontanee quando siamo sintonizzate con i bambini. A volte, però, soprattutto quando i piccoli ci portano le loro difficoltà, fatichiamo a trovarle perché nel mostrarci le loro difficoltà toccano anche le nostre, il loro disagio si porta dietro il nostro. Solo quando usiamo queste fragilità come specchio per guardarci dentro e accogliamo le immagini che ci mostrano, possiamo sintonizzarci con i bambini che più ci mettono in difficoltà.

 

 

 

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