Fare scuola all’aperto: da dove partire?

Educazione e sviluppo infantile, Insegnanti ed educatori

a cura di Simona Vigoni, pedagogista, direzione scientifica di PF06

Questo articolo rappresenta sostanzialmente la sintesi del webinar “Fare scuola all’aperto: da dove iniziare?” svoltosi il 21 giugno 2020 e che potete ascoltare qui

 

CHRISTIAN MANCINI

L’Outdoor Education è una metodologia attiva dello stare insieme ai nostri cuccioli mammiferi. L’O.E. è un processo integro di apprendimento e di questo forse ce ne siamo accorti soprattutto in questo periodo di quarantena. 

La natura ci insegna che si impara sempre. Noi non possiamo fare a meno di apprendere: l’apprendimento avviene quando dormiamo, parliamo, scherziamo, giochiamo. Se crediamo in questo principio della vita allora possiamo rilassarci e sederci accanto ai nostri cuccioli e fidarci dell’apprendimento spontaneo e “dell’imparo facendo”.

La prima legge della vita è: si impara sempre.

La seconda legge della vita è: l’apprendimento è connesso al piacere. Amare ad imparare: dobbiamo custodire questa innata voglia.

Il bambino ha un’alta tolleranza alla frustrazione: si alza e cade, poi si rialza e poi ricade e si rialza, ma non smette di provarci nonostante questi inciampi. Ogni volta che stiamo con i nostri cuccioli possiamo ricordarci anche questo: quanto sia bello imparare facendo, anche quando vorremmo imparare qualcosa che ci sembra difficile e complicato. E quando qualcosa funziona quanto stupore e quanta meraviglia ci pervadono? 

La Natura intesa come Altro da me è inclusiva, ha un atteggiamento di inclusione, mai di frammentazione. Tutto è connesso. Più diversità inseriamo più diamo valore al processo che stiamo accompagnando. All’interno dei processi di apprendimento la Natura non giudica: ognuno porta la sua meraviglia con sé.

Più diamo valore all’infanzia, più diamo valore a noi stessi. Se stiamo in Natura insieme ai bambini anche noi possiamo ricucire ciò che nella nostra infanzia è andato diversamente, anche noi impariamo: non è mai tardi per fare una seconda infanzia nell’imparare per scoperta riconoscendo ciò che da piccoli non abbiamo avuto. Rimettendo al centro la Natura assistiamo ad un processo di guarigione collettiva.

Ora, di questi tempi in cui abbiamo puntato lo sguardo sulle metodologie attive, possiamo cogliere l’occasione per trovare la finestra da attraversare per entrare in profonda connessione con gli ambienti. 

Quali finestre di entrata attraversiamo per entrare nel mondo naturale?

  • Possiamo grattarci la schiena contro un albero, toccare le superfici con tutte le falangi, toglierci le scarpe su un prato, immergere il nostro corpo e farci toccare dalla natura attraverso le nostre percezioni. Lasciarsi incantare dai colori, dal movimento, dai suoni. 
  • Possiamo fare trekking, arrampicarci, attraversare un ruscello saltando. Forse siamo persone che hanno bisogno di un approccio avventuroso alla natura. E’ anche questa una finestra di entrata al mondo naturale.
  • Possiamo avere un approccio empatico: parlare per esempio con piante, animali. Possiamo perfino diventare quell’animale, provare a percepire cosa sente. 
  • Possiamo avere un approccio ludico. La Natura è un contenitore adatto per giocare, nascondersi, costruire, giocare insieme ai compagni. 
  • Possiamo risvegliare la nostra creatività: spontaneamente se vediamo dei sassi li impiliamo, facciamo installazioni, abbiamo un approccio artistico con la Natura. 
  • Possiamo avere un atteggiamento contemplativo: sotto gli alberi, di fronte ad uno specchio di acqua stiamo in ammirazione di qualche elemento naturale in un dialogo intimo e personale. 
  • Possiamo avere un approccio utilitaristico: ce l’hanno i raccoglitori. Sassi, fiori, gusci di animali, castagne, funghi!

Questi sono gli approcci di stare in natura che riscontriamo nei bambini. Quale è la vostra finestra? Allora apritela e provate a trovare le attività per approfondire questo dialogo con la Natura. Chi è insegnante ed educatore dovrebbe essere il primo a voler imparare qualcosa: chi insegna deve essere appassionato di apprendere e non di insegnare! L’essere umano impara ciò che ha scelto di imparare. Laddove si sceglie, partono processi di apprendimento autentici. Partire da sé e capire quali sono i nostri approcci nello stare nell’ambiente naturale significa non manipolare troppo l’evoluzione dell’altro e lasciarlo agire. Quando ho capito il mio approccio favorito, allora cerco le attività e lancio gli inviti coni quali  da una parte provoco a me stesso un processo di curiosità, dall’altro invito i bambini a fare altrettanto. In questo modo divento un vettore di risorse ma non determino il risultato. Non dobbiamo insegnare, ma accompagnare i bambini. 

BIBLIOGRAFIA 

M. Danon, Clorofillati, Feltrinelli, 2019

M. Danon, Ecopsicologia. Crescita personale e coscienza ambientale, Feltrinelli, 2006

 

SELIMA NEGRO 

Cosa possiamo fare per essere buoni allenatori in natura?

Rivalutiamo l’importanza dell’improvvisazione. Comunemente questa parola ha un’accezione negativa. Ma improvvisa solo chi è talmente bravo che non deve prepararsi passo dopo passo, ma sta dentro alla situazione e reagisce. Improvvisare è una forma altissima di stare tra le cose e le persone. Progettare non è stabilire passo passo quello che si deve fare con i bambini. 

E’ importante apprezzare tutti i momenti della giornata. Alcuni degli apprendimenti più importanti in natura avvengono non solo durante le chiacchierate didattiche ma soprattutto nei momenti informali.

Consideriamo questi tre punti per un apprendimento in natura: 

1. La fiducia sul fatto che i bambini imparano, vogliono imparare e imparano sempre. L’apprendimento non è qualcosa che va spinto dall’esterno o manipolato, ma è connaturato all’esperienza dei bambini. Proteggere la motivazione intrinseca è la cosa principale che può fare colui che accompagna i bambini.

2.I bambini hanno sempre le migliori intenzioni possibili, anche quando non le vediamo nell’immediato. 

3. Il gioco spontaneo è il canale di apprendimento migliore che esiste. Funziona a 360 gradi. Il soggetto che apprende è attivo. Il gioco spontaneo è la dimensione di apprendimento da privilegiare. Le proposte fatte dall’adulto sono interessanti ma nella pedagogia del bosco parliamo di almeno 3 ore di gioco spontaneo. 

Bisogna offrire una molla per l’apprendimento. Come si può fare? 

1. fare degli inviti: l’adulto lascia i materiali ma non spiega come usarli, li lascia a disposizione magari disposti in modo suggestivo. Pe esempio gli lascia i colori magari solo alcuni e poi vede cosa succede. Gli inviti sono efficaci se partono dalle esperienze dei bambini.

2. iniziare a fare qualcosa. L’adulto dà l’esempio perchè se sta solo ad osservare offre un esempio poco ricco e interessante. 

3. fare una proposta. L’adulto offre un suggerimento poi aspetta cosa gli dice il bambino. Poi si sta dentro a questa cornice improvvisando.

Un nodo cruciale è convincere le famiglie dell’importanza della vita all’aperto. Per dialogare con le famiglie su questo tema potrebbe essere interessante far loro ricordare le personali esperienze in natura. Quali ricordi hanno? E quali esperienze hanno fatto coi loro figli in natura? 

I genitori sono soprattutto preoccupati dei rischi, ma la percezione che abbiamo del rischio è fortemente legata alla nostra visione del mondo, dipende molto da cosa per noi è prioritario nella nostra vita. Quindi il servizio deve raccontare alle famiglie la nostra visione di apprendimento e di bambino. I genitori hanno paura del giudizio degli altri specie per i benefici della scuola in natura perché non sono socialmente accettati da tutti e non hanno ancora capito i benefici dello stare in Natura. Oggi il carico che i genitori hanno sulle spalle è alto perché il livello di giudizio sociale è molto alto.

BIBLIOGRAFIA

S. Negro, Pedagogia del Bosco, Terra Nuova, 2019

Schenetti, Salvaterra, Rossini, La scuola nel bosco, Erickson

 

ANTONIO DI PIETRO 

Il gioco è qualcosa di molto variabile, fare cultura ludica vuol dire cercare continuamente variabili e varianti. Infatti i bambini se ne inventano sempre una. Il gioco si adatta alle situazioni, al momento, alle persone. Per esempio i bambini si sono sempre inventati anche giochi a distanza: si può giocare a palla invisibile quando non si può usare la palla, ci si può inventare un girotondo in cui non ci si prende per mano, giocare a nascondino senza toccarsi, i baci si possono lanciare, ci sono dei giochi “acchiappini” senza acchiapparsi, come pestare l’ombra dell’amico. ATTINGIAMO ALLE RESILIENZE LUDICHE DEI BAMBINI. 

L’adulto si inserisce nel flusso ludico e aspetta il gioco del momento per proporre giochi “d’istanti” e non distanti, perché non c’è solo il momento del gioco ma anche il gioco del momento. Possiamo usare il corpo, le varianti ludiche, relazionarci in maniera immersiva con l’ambiente a disposizione, compreso il muro, il marciapiede e l’asfalto e non scoraggiarci, perché se scopriamo un po’ di cultura ludica scopriamo che i bambini se ne sono inventate di ogni: possiamo sostenere la ricerca di varianti e variabili.

Programmiamo l’inaspettato: quest’estate aspettiamo il momento giusto. Rassicuriamoci tutti perché non possiamo medicalizzare la pedagogia. Attingere alle resilienze ludiche è un modo leggero per affrontare la situazione delicata che stiamo vivendo.

BIBLIOGRAFIA

A. Di Pietro, Giocare con niente, ed. Junior (in via di pubblicazione)

 

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