di Marta Rizzi, psicologa e psicoterapeuta

 

Chi si occupa dell’educazione dei bambini e delle bambine (genitori, nonni, tate, educatori) ha la responsabilità di dare ed essere un esempio ed un modello da cui i piccoli apprendono e leggono il mondo che li circonda.  Avviene così anche per quanto riguarda l’identità di genere e gli stereotipi ad essa associati.

Gli stereotipi, per intenderci, sono generalizzazioni semplicistiche, modelli predefiniti di donne e uomini, sia culturali che sociali a cui conformarsi. Essi negano a ciascuno la libertà di esprimere se stesso, reprimendo qualità e risorse e perseguendo obiettivi non suoi, per aderire il più possibile ad un esempio di maschio e femmina in cui magari non ci si rispecchia, con le conseguenze negative che ciò può comportare.

Il limite e il rischio degli stereotipi di genere sta nel non concedere a ciascuno il diritto di pensare e sentire ciò che, invece, è ciò che pensa e sente. E l’autostima, il senso di inadeguatezza o di colpa, l’incomprensione, la frustrazione ne risentono profondamente.

La nostra società, e anche noi di riflesso in qualità di educatori, rischia di attivare meccanismi automatici (pensieri, comportamenti, scelte) che potrebbero indurre all’etichettamento di genere sulla base delle aspettative che abbiamo nei confronti di quel bambino o bambina, ma così facendo li priviamo della libertà di essere ciò che desiderano.  Se teniamo a mente il potenziale rischio del nostro fare, ecco che stiamo già attuando un primo passo verso il cambiamento.

Un’educazione orientata all’abolizione degli stereotipi di genere non equivale all’appiattimento delle differenze, che è indiscutibile vi siano, ma alle diseguaglianze che ne derivano. I dati sulle disparità in ogni settore sono evidenti, per cui diventa necessario e indispensabile dare nuovi strumenti ai bambini e bambine di oggi.

Come fare? Bisogna partire da noi adulti.

  • Chiediamoci innanzitutto “come deve essere un uomo o una donna nel nostro immaginario?” perché inevitabilmente le aspettative che un adulto ha nei confronti dei generi condizionano i comportamenti, le performance, le abilità dei bambini e delle bambine;
  • Interroghiamoci su quali attributi utilizziamo per connotare i bambini e le bambine con cui ci relazioniamo, su quali caratteristiche evidenziamo per poi filtrarle e ripulirle di aggettivazioni propriamente maschili, quali la brutalità, l’aggressività, la ruvidezza e rustichezza, o femminili, quali l’affettività, la dolcezza, la vanità e la sfarzosità;
  • Poniamo attenzione a come rispondiamo automaticamente ai comportamenti dei bambini: se e cosa incoraggiamo in un bambino e cosa in una bambina? L’adulto con un agito protettivo spesso porta se stesso nella relazione con il bambino/a, rinforzando o negando a lui/lei la possibilità di esprimere le sue abilità. Non è infrequente vedere come è più facile spronare un bambino ad eccellere nell’attività sportiva se lo si vede in difficoltà, piuttosto di quanto non si faccia con una bambina;
  • Selezioniamo giochi e libri attentamente e scupolosamente: evitiamo per quanto è possibile di scegliere titoli che rinforzino e rimarchino una visione del mondo per cui la donna ha una posizione di inferiorità e l’uomo di salvatore del mondo, ma storie in cui i bambini, gli adulti (e gli animali che spesso sono i protagonisti dei libri per l’infanzia) possono fare ed essere ciò che desiderano indipendentemente dall’essere maschi o femmine;
  • Proponiamo le attività e i tipi di gioco come opportunità di crescita e non come definizioni di sé, evitando sia come rinforzo che come critica commenti e frasi tipo “le bambole sono da femmina” o “guarda che bravo che gioca con le macchinine come un vero maschietto” o “certo che le piace cucinare è una femminuccia”;
  • Diamo a tutti i bambini la possibilità di fare le medesime scelte ed esperienze mossi dalla curiosità e dalle peculiarità/specificità di ciascuno, per esempio nei giochi dei travestimenti non neghiamo ai maschi di vestirsi da principessa: ogni gioco che il bambino/a fa lo/a aiuta a conoscere un pezzetto di sé e del mondo con cui si relaziona;
  • Legittimiamo ai bambini/e di sentirsi e sentire ciò che provano in quel momento, senza frenare e reprimere l’espressione delle loro emozioni, che ricordiamoci non significa accettare la modalità distruttiva e destrutturata della loro espressione: se un bambino è arrabbiato perché gli è stata negata una cosa ha il diritto di esserlo, ma non ha il permesso di picchiare e mordere chi lo ha privato di quel gioco;
  • Ampliamo le opportunità di gioco senza suddividerle in base al genere, come spesso accade ancora in qualche giocattoleria, ma osservando le preferenze dei bambini e delle bambine con cui ci relazioniamo;
  • Condividiamo con i bambini/e e con i genitori, se si è educatori, il nostro punto di vista circa gli stereotipi, perché usciti dalle nostre mura i bimbi/e (basti vedere le proposte dei giochi e videogiochi in commercio) si confronteranno con un modello stereotipato e per evitare che possano sentirsi tacciati come diversi, nell’accezione negativa che spesso si attribuisce a questo termine, è corretto che abbiano base solide per sentirsi differenti, nell’accezione positiva di unici.

 

 

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