di Ivano Orofino, Trainer Professional Counsellor, Progettista Europeo, Educatore

 

Alcuni principi pedagogici universali da sempre ci hanno guidato nell’incertezza di chi deve muovere il passo educativo e correttamente si chiede: ”da dove devo partire in questa situazione? Cosa posso fare per questa persona che ho davanti a me?”.

I sapienti ci vengono in aiuto e a vario titolo hanno suggerito risposte a volte enigmatiche, ma orientanti: “Parti là dove l’altro si trova”.

Comprendere dove l’altro si trova è una fatica di spostamento. Lo spostarsi da sé.

E’ il punto nodale di molti educatori e genitori quello di saper cogliere profondamente una prospettiva emotiva ma anche corporea di un ALTRO ESSERE UMANO, che vive con le sue note, le sue intuizioni, le sue necessità, le sue visioni. L’altro si trova nella radice del suo modo di sentire, percepire e vivere l’universo. Questa radice è racchiusa nel nucleo dei suoi BISOGNI.

“La Terra fornisce abbastanza per soddisfare i bisogni di ogni uomo, ma non l’avidità di ogni uomo” (Mahatma Gandhi).

Gandhi ci porta una luce nella relazione tra uomo e Terra. Esiste la possibilità di vivere “bene” per tutti, di stare armoniosamente in pace con i propri bisogni. Tuttavia egli mette in evidenza che essi sono molto di più di qualunque logica fondata sull’accumulo. Entrare nella logica dei bisogni ci permette di focalizzarci sulle questioni essenziali della nostra anima, della nostra psicologia e dei nostri attuali punti di crescita.

Ecco perché i Bisogni Umani sono stati anche molto studiati (vedi Maslow, per esempio).

Li abbiamo sempre descritti come un faro ma nessuno aveva mai cercato di scavare intorno ad essi.

Nel 2010 coordinavo la scuola dell’Infanzia di Tabiago-Nibionno (LC) da ormai 3 anni, e con tutto lo staff decidemmo di organizzare il nostro orario di lavoro per garantire che ogni anno vi fosse un referente-docente per una ricerca sui bisogni nostri e dei bambini che avevamo avviato.

Ogni docente aveva un ruolo chiave nella conoscenza e nell’osservazione dei comportamenti da cui lentamente e gradualmente si venivano ad identificare i nostri bisogni. Al termine di ogni anno facevamo un report interno, per evidenziare le scoperte e designare i punti meritevoli di approfondimenti per l’anno successivo. E così anno dopo anno ci siamo trovati con numerose schede di osservazione, riflessioni solide ed altre molto incerte e lacunose.

Abbiamo iniziato a dare dei nomi ai diversi bisogni, a riconoscerli e a collocarli nel tempo. Le osservazioni iniziavano dal nido e finivano con l’ultimo anno di scuola dell’infanzia, quindi avevamo tutto lo scenario da 0 a 6 anni.

Verso la fine del secondo anno, avevamo colto che alcuni bisogni tornavano molto frequentemente  e avevamo notato che 6 di essi li avevano tutti i bambini, senza distinzione di provenienza, cultura e religione. Nel frattempo e unitamente al lavoro condotto dalle operatrici io avevo iniziato  a fare colloqui con le famiglie o serate per i genitori o formazioni per altre scuole dell’infanzia, totalmente concentrandomi sui bisogni delle persone.

A questo punto avevamo anche dati forniti dagli adulti. Potevamo intrecciare le osservazioni con i colloqui, i lavori di gruppo e le interviste. Alla fine del terzo anno avevamo capito come i bisogni si collocavano lungo l’asse evolutivo, così li abbiamo ordinati, anche mettendoli a confronto con le grandi teorie psico-pedagogiche.

E da qui, si sono avviate una serie di scoperte continue che ancora oggi non si arrestano. Ora sappiamo come chiamare i diversi bisogni, quali caratteristiche hanno, che funzione svolgono. Li abbiamo usati per progettare favole e laboratori esperienziali per bambini, ma anche esercitazioni per insegnanti e strumenti per genitori.

Nel tempo abbiamo rintracciato 5 bisogni chiave e 3 bisogni trasversali, poi altri per un totale circa 80 bisogni. Abbiamo sviluppato un tool kit per chi svolge colloqui di aiuto, un kit molto vasto di schede per l’osservazione e strumenti di progettazione didattica ed educativa.

Da questo lavoro è emerso un po’ alla volta il “modello evolutivo dei bisogni” (BEM). Ad oggi sono 9 anni che lavoro sui bisogni e non ho mai incontrato due persone identiche. Il modello esalta la nostra diversità e riconosce tutta la nostra originalità interiore e relazionale.

Quando lavoro con il BEM, posso notare che si acquisisce un nuovo modo di mappare la realtà, una finezza nel sentire e percepire l’altro ma anche se stessi, una nuova motivazione e l’acquisizione di un’ampia strumentazione per impostare la relazione con l’altro, la progettazione delle attività e degli spazi nei servizi educativi ma anche possibilità concreta di ripensare l’intera scuola.

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