di Silvia Iaccarino

Esempio tipico: un neonato piange da un po’, disperato.

La mamma cerca di calmarlo, cullandolo e parlandogli…ma niente da fare.

Poi arriva un’altra persona che lo prende in braccio e il piccolo, come per magia, si tranquillizza velocemente.

Come questo esempio ne potremmo fare, di simili, molti altri.

Spesso gli adulti si stupiscono di quanto accade in tali frangenti. Il fatto è che i bambini sentono le nostre emozioni e, anche se noi ci sforziamo di restare calmi, essi percepiscono i nostri reali moti interiori e ad essi rispondono. Per questo motivo è importante, tra le altre cose, essere autentici con loro: meglio dichiarare la propria stanchezza, rabbia, timore, dispiacere, etc (possibilmente in modo digeribile per il bambino ☺️) piuttosto che provare a mascherare le proprie emozioni.

Infatti, quando noi in preda al panico, per esempio, fingiamo calma e tranquillità, creiamo nel bambino una dissonanza cognitiva tra ciò che lui sente/percepisce e ciò che noi dichiariamo. Ci vede “apparentemente tranquilli”, ma sente che non è così. A cosa dovrà credere a quel punto? A ciò che sente realmente o a ciò che noi gli vogliamo far credere?

Non è questione banale, soprattutto se situazioni come questa si ripetono con frequenza…Per il bambino il rapporto con l’adulto di riferimento ha la priorità su tutto ed egli è disposto a mettere da parte il suo sentire per aderire a ciò che ci aspettiamo da lui.

Meglio quindi essere autentici e comunicare i propri effettivi stati d’animo piuttosto che mistificarli. Ovviamente, come accennato prima, c’è modo e modo per condividere il proprio stato emotivo ed è importante che tale comunicazione sia “a misura di bambino”.

Se non ce la si fa e si va oltre la soglia per lui “tollerabile”, si può sempre riparare e recuperare la relazione appena noi adulti recuperiamo la calma (ricordate la regola dei terzi??  ) ☺️☺️