di Maria Teresa Guerrisi, titolare del Nido “La monelleria di Carignano” – Genova

 

Le parole che accompagnano la documentazione fotografica al nido non si limitano ad una descrizione delle azioni dei bambini, rappresentano lo sguardo degli educatori che conoscono quei bambini dei quali quotidianamente seguono i processi di apprendimento e di crescita.

Una foto isolata dal contesto esprime un’immagine soggetta ad interpretazioni personali di chi la guarda, invece le parole non evocative ma descrittive, contestualizzano le esperienze, forniscono una spiegazione a chi in quel momento non era presente, conferiscono una chiave di lettura delle azioni dei bambini.

Il linguaggio deve essere semplice ma non semplicistico, ovvero non deve “rimpicciolire” le azioni dei bambini ma ha il compito di andare oltre il gesto, pertanto far emergere il pensiero che ha portato all’agire, inoltre deve essere chiaro che chi scrive è un adulto professionalmente preparato, che sa cogliere i processi, in cui le proprie competenze disciplinari si uniscono allo sguardo personale, senza mai cadere nell’errore di parlare per il bambino, senza avere la pretesa di essere nella sua testa.

La fotografia ferma il momento, approfondisce lo sguardo, le parole devono necessariamente essere coerenti con le immagini ed evocare pensieri, puntano quello sguardo su dettagli che in seguito aiuteranno l’educatore a fare il punto della situazione per poi rilanciare attraverso altri scenari ed esperienze.

La scrittura dunque “impone una postura attenta a raccogliere più elementi possibili e a trascriverli con ordine, individuando le connessioni e i legami tra comportamenti, gesti, azioni e parole, non sempre immediatamente visibili” (Alessia Agliati-Laura Moretti).