di Ilenia Schioppetti, nido in famiglia La Casetta delle Favole

 

I bambini raccontano. Raccontano storie. Creano storie. Infinitamente.
Silenziose. Senza parole. I bambini non smettono mai di raccontare.

I bambini raccontano quando non glielo chiediamo. Raccontano anche quando non li ascoltiamo. Raccontano in un modo che a volte non sappiamo più leggere.
Perché crescendo si diventa cercatori di parole. Cercatori di voci. Cercatori di immagini concrete e reali.
Ma i bambini raccontano. Storie. Infinitamente. Silenziose. Senza parole.

E non sono loro a dover cambiare il loro modo di raccontare spontaneo e denso di vita.
Siamo noi, che dobbiamo tornare ad essere cercatori di storie.
Siamo noi, che dobbiamo allenare il nostro sguardo alle piccole attenzioni e lavorare in silenzio, imparando a leggerle fra le righe, dentro ai buchi dei gesti imperfetti, scolpite da azioni ripetute.
Siamo noi, che dobbiamo tornare ad essere capaci di leggerle quando sono in ombra, quando assumono forme strane, quando sono coperte da altre storie, quando si nascondono.

Leggerle senza toccarle. Leggerle senza voce. Leggerle e conservarle senza cambiare la loro forma.
Leggerle e valorizzarle perché altri possano leggerle, o trovarne di nuove.

Le prime volte la sensazione e’ strana, come rimanere fermi davanti ad un muro che non parla, pieno di righe, di mattoni, di buchi, di cemento, di imperfezioni, che verrebbe anche voglia di correggere.
Fermi, davanti ad un muro che dice poco, o quasi niente.
Con gli sguardi degli altri addosso, che probabilmente si chiederanno cosa stai facendo.
Ma bisogna rimanere lì. Fermi. Davanti a un muro che non dice quello che vorremmo. Davanti ad un muro che dice poco, o quasi niente.

Perché ad un certo punto i muri iniziano a raccontare. Storie. Infinite. Silenziose. Senza parole. Vive.
La prima storia fa sobbalzare il cuore. Anche la seconda. E poi succede qualcosa di magico.

Il silenzio non è più silenzio.
Il silenzio si fa vivo.

E fra le righe, dentro ai buchi dei gesti imperfetti, nascoste, con forme strane, scolpite da azioni ripetute, coperte da altre storie, le storie si racconteranno.
E non potremo più fare a meno di leggerle.
Il guardare diventa sguardare*.
E il rimanere immobili con lo sguardo aperto non e’ più segno di passività, ma diventa un’attività preziosa.

Si diventa cercatori di storie.
Storie che vanno condivise, perché altri possano leggerle o cercarne di nuove.

Il mio augurio e’ di andare alla ricerca di storie: storie fra le righe, dentro ai buchi dei gesti imperfetti, scolpite da azioni ripetute.

Storie in ombra, storie dalle forme strane, storie coperte da altre storie, storie che si nascondono.
Perché lo sguardo sui bambini si apra. E il mondo si riempia di storie nuove e vere.

E non sia più solo un guardare passivo, ma che lo sguardare diventi attività preziosa.

 

 

*“Sguardare”: per sguardare non bastano gli occhi. Sguardare significa chiudere gli occhi e aprire lo sguardo. Aprirlo attraverso le emozioni, e cercare bellezza, quella bellezza che spesso col solo guardare può sfuggire. Sguardare significa coglierla, riconoscerla e fermarla anche dopo che è volata via. Mantendendo dentro di sè le sensazioni che suscita per trasmetterle.