di Jessica Omizzolo, docente di Pf06, coordinatrice di nidi e scuole infanzia

 

 

Ci capita, ai colloqui, di sentirci proporre questa domanda.

Perché scegliamo di lavorare nello zerosei?

A me, come coordinatrice, capita di farla ai tirocinanti, ai neo-assunti, mi capita di sentirla spesso porre ai concorsi.

Altrettanto spesso sento rispondere, con candida simpatia “Mi piacciono i bambini!”

Un po’ provocatoriamente, immagino vi piaccia anche il gelato. E allora perché non diventare un gelataio?

Forse vi piace anche l’alta moda ma non siete diventati stilisti.

Perché?

Perché per svolgere bene un mestiere non basta il piacere che ci muove verso l’oggetto di lavoro.

In questo caso attenzione a non confondere i soggetti per i quali lavoriamo (bambini e famiglie) con l’oggetto di lavoro, non coincidono!!

Qual’è il nostro oggetto di lavoro? Lo dice la parola che ci definisce “e-ducatore”: colui che accompagna il potenziale umano ad esprimersi, che lo rende possibile, che, dunque, ha come oggetto di interesse e di analisi le condizioni che lo rendono possibile.

Quali sono? Interessante tema da affrontare. Spazi, materiali, tempi, relazioni credo riassuma tante diverse variabili.

Dunque per i futuri professionisti 06, se l’iniziale motivazione può essere quella di un particolare piacere a stare con i bambini, quello che poi vi fa restare in questa professione (educatore, insegnante, coordinatore ecc…) deve essere altro, più riferito al profilo professionale.

Sarebbe come a dire che il fatto che il gelato vi piaccia vi rende automaticamente competenti nel produrlo, nel valutarne la qualità, nello scegliere la filiera di alimenti migliori ecc.

Ovviamente non è così e non può che valere per tutte le professioni, tanto più per quelle che ci vedono ingaggiati in una complessa serie di relazioni individuali e di gruppo, con adulti e bambini, come quella educativa.

Ogni volta che rifletto sulla risposta “mi piacciono i bambini” penso all’assonanza che questa affermazione ha con alcuni fraintendimenti di fondo legati al ruolo professionale che ricopriamo e alla funzione dei servizi alla prima infanzia (funzione spesso fraintesa anche a causa del linguaggio utilizzato per definire i servizi stessi. Nido e materna: nonostante le fatiche semantiche che proviamo a fare per cambiare queste parole, i rimandi al materno sono radicatissimi).

Fraintendimenti comuni:

  • per educare i bambini basta amarli ed esser un po’ “mammine”
  • per educare i bambini basta divertirsi con loro
  • al nido e alla scuola dell’infanzia lavorano delle donne perché sono le donne quelle deputate alla funzione materna necessaria per amare dei bambini e quindi educarli.

 

Attenzione a questi sillogismi pericolosi per noi professionisti quanto per bambini, famiglie, società.

  • Innanzitutto, educare professionalmente non è svolgere la funzione genitoriale. Va chiarita la differenza sostanziale, e bisogna farlo urgentemente, perché questo determina la differenza indispensabile tra un professionista centrato, competente, capace di ascoltare sé stesso e non re-agire colludendo agli atteggiamenti dei bambini o delle famiglie, ma svolgendo il proprio ruolo consapevolmente con preparazione, competenza, autoconsapevolezza e grande lavoro su se stesso, ed in equipe.  Necessaria differenza tra un professionista preparato e formato rispetto ad uno improvvisato a rischio di collusione, e sbordamento verso forme poco educative.

Un conto sono le spontanee strategie di intervento delle famiglie,  un altro quello di un educatore professionista che DEVE, senza mezza misura in questo, essere in primis competente verso se stesso, conoscersi, aver lavorato le proprie ferite, saper ascoltare e comprendere quando qualcosa di esterno, come un comportamento, un suono, un modo di fare, “irrita le corde interne” (consiglio di seguire il webinar https://percorsiformativi06.it/prodotto/le-ombre-della-relazione-educativa-webinar/)

  • Siamo sicuri che il focus dell’educazione sia il divertimento dell’adulto in contesto educativo? E che ancor peggio: per esser buoni educatori sia indispensabile essere donne o avere una funzione materna sviluppata? Si creano diversi fraintendimenti. Uno fra tutti l’oggetto di lavoro: qual è? Non è forse sostenere lo sviluppo autentico di ogni essere umano? Se sì, di questo obiettivo dovremmo innamorarci, a questo dovremmo puntare. Non a divertirci. A star bene sì, la Lucangeli ce lo insegna. E per star bene dobbiamo amare il nostro lavoro…e allora di nuovo: qual è il nostro lavoro? Credo che il lavoro di e-ducere sia molto più complesso che “divertirsi” o saper fare le “mamme”, ne parliamo tra poco.
  • Perché pensiamo ancora che il lavoro educativo sia strettamente legato alle donne? Perché si da per scontato che le donne possano e sappiano spontaneamente farlo e gli uomini no? Perché, probabilmente, la società pensa ancora che al nido si tengano in braccio i bambini e li si coccoli e cambi come farebbe una mamma. E che una donna sia per antonomasia mamma. Si aprono diverse questioni…

Se anche al nido servisse la “funzione materna” attenzione a collegarla in via diretta alle donne, a tutte le donne e toglierla agli uomini, a tutti gli uomini. Le funzioni psicologiche NON sono collegate al sesso fisiologico, le funzioni sono legate alla storia personale, ad apprendimento, ad autoconsapevolezza ed allenamento, spesso anche al socialmente indirizzato.

Al nido per altro è richiesta? Me lo domando. Ve lo domando.

Complessi argomenti sui quali andiamo speditamente per affondare su quello che qui ci interessa affrontare.

Se “i bambini mi piacciono” non è requisito professionale per restare nel ruolo educativo, quali lo sono? Cosa dovrebbe essere il nostro oggetto di lavoro?

Lo abbiamo detto, lo rifocalizziamo:

il professionista zerosei ha come focus di lavoro le condizioni che permettono al bambino di esprimere al meglio il proprio potenziale.

Che significa che si occupa di:

  • progettare in equipe un ambiente di apprendimento adeguato
  • osservare e documentare i processi evolutivi per conoscere bambino per bambino, in relazione, e rilanciare nell’ambiente interventi analogici adeguati a far si che ognuno lavori efficacemente sui suoi bisogni evolutivi, nelle aree di sviluppo prossimale
  • costruire ponti dialogici con chiunque si prenda cura del bambino: famiglie, professionisti esterni, enti ecc…
  • promuovere cultura educativa, e dunque documentare, per sostenere sempre più un ambiente di apprendimento allargato e diffuso nel territorio, che permetta al bambino di esplorare il sè e il proprio senso di cittadinanza attiva ovunque esso si trovi, anche oltre le mura scolastiche.

Etica professionale insomma. Valori fondanti. Valigia degli attrezzi. Competenze relazionali e comunicative.

Siamo al lavoro per questo. Per stare bene dentro ad un contesto emotivo, relazionale complesso, sfidante, alto. Siamo lì per sostenere lo sviluppo autentico, essenziale (rivolto all’essenza, al cuore) del bambino e sostenere la famiglia e la comunità nella costruzione di uno sguardo in questa direzione, che aiuti tutti a vedere meglio la meraviglia che avviene nei processi di crescita dei bambini.

Mi piacciono i bambini” non fa curriculum! Analizziamo la nostra motivazione interiore e soprattutto ricordiamoci a cosa corrisponde il nostro profilo professionale: solo lavorando con competenza al nostro ruolo saremo davvero riconosciuti, anche così si costruisce cultura educativa.

 

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