Portare cambiamento

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di Jessica Omizzolo, docente di Pf06, coordinatrice psicopedagogica di servizi e scuole Zerosei

 

 

In educazione si segue il ritmo elettrico-neuronale di un genio: il bambino. Per cui nulla può essere considerato per sempre dato o deciso, nemmeno l’azione educativa  che, anzi, in quanto tale, deve saper tenere il passo, metariflettere sulle proprie scelte, aggiornarsi, innovarsi, mutarsi (cambiare forma) quando e se serve.

Perdiamo dunque i cardini dell’essere? Siamo in balia del flusso veloce della societá moderna? No.

Mutarsi, fare la muta, cambiare forma.

Se abbiamo sufficientemente chiari i valori cardini del servizio (significa aver dibattuto, definito, condiviso), non può e non deve spaventarci il discutere sul senso applicativo di quei valori con i bambini e bambine del qui ed ora, con il gruppo di lavoro del qui ed ora.

Come racconto spesso in formazione, ci sono diversi modi di declinare la stessa idea di bambino. Non ne esiste uno migliore di altri se l’idea di bambino è alta, coerente alle moderne teorie e scoperte psicopedagogiche. Un bambino di Reggio e uno di un innovativo e fondato asilo nel bosco probabilmente avranno insegnanti e gruppi con valori simili, solo declinati in modi davvero diversi.

Questo ci dà la conferma, e anche la speranza, che esistano diverse possibilitá del fare scuola quando il pensare la scuola ha basi forti e sicure, teoricamente fondate, condivise, tradotte passo passo in prassi.

Che valori sosteniamo? Non solo parole ma vere e proprie ricerche di senso dell’equipe che prova a dare corpo (io pelle professionale, ma anche noi equipe ed anche la scuola che si fa corpo, materia viva) ai significati profondi in cui, essendosi formata ed essendo in formazione continua, crede.

Se sosteniamo, ad esempio, che crediamo in un bambino competente e capace queste parole dovranno tradursi in un atteggiamento di equipe, individuale e di spazi, materiali e tempi coerenti ai significati condivisi su queste parole. Dove sono posizionati i materiali? Che tempo diamo al gioco? Che ruolo ha l’adulto? Che tono di voce usa? Come sono le pareti? E via così…

E allora…non chiamiamolo cambiamento. “Portare cambiamento” non è la definizione corretta che suggerisco di usare ai coordinatori e alle equipe che sono sempre, spero, in viaggio.

Penso più ad un processo di avvicinamento tra quello che dichiariamo di essere, quello in cui crediamo e come lo traduciamo nel quotidiano, ragionando, spesso, su bisogni e limiti organizzativi, economici e con le resistenze (personali, ma anche di altri adulti professionisti, delle famiglie etc).

Avvicinarsi alla professione che agiamo, camminare verso la costante coerenza tra valori e prassi, tra ideale e reale, tra ideale e possibile, accompagnando noi stessi e le famiglie in processi di riflessione e consapevolezza, anche dichiarando con trasparenza che si è in viaggio, che le cose possono subire delle modifiche perchè abitiamo le domande, perchè abbiamo obiettivi e siamo in crescita.

Di questo d’altronde ci occupiamo: di crescere. Altri e noi stessi.

Mutiamo allora premesse a questo articolo e intitoliamolo “diventare i professionisti che siamo”, “Essere scuola”.

Che per me è sinonimo di essere in un movimento consapevole e modulato, come quando finalmente il bambino raggiunge la giusta consapevolezza per muovere i suoi piedi uno avanti all’altro su una tavola sospesa. Che soddisfazione! Che competenza ad ogni passo!

I basamenti sono solidi, il movimento anche, i nostri passi sono conquiste verso una sempre maggiore coerenza ferma e alta.

Non abbiate paura di riflettere su quanto viene quotidianamente portato in prassi, non focalizzatevi sulla risposta “abbiamo sempre fatto così” rassicurante ma ristagnante, quanto piuttosto sulla domanda “ha ancora senso?”.

Buon lavoro!