di Annalisa Falcone, pedagogista

 

Nell’ultimo decennio si sta sviluppando un’attenzione più acuta verso l’infanzia, e durante l’emergenza Covid19 il tema della cosiddetta “didattica a distanza”, o “didattica della vicinanza” come l’ha definita la professoressa Daniela Lucangeli, ha spostato leggermente il dibattito verso un’istituzione tanto basilare, quanto maltrattata dall’opinione pubblica: i servizi educativi e scolastici. 

Laddove c’era una relazione, si è passati a discutere della tipologia delle mascherine da utilizzare, a dividere sezioni, a progettare spazi con un metro in mano. La dimensione sanitaria ha completamente inghiottito tutte le riflessioni e le buone pratiche derivanti dalla formazione e dall’importanza, per l’intero corso della vita, della particolare fascia d’età dello 0-6. 

Non possiamo dimenticarci, nemmeno se lo vorremmo, che abbiamo appena intrapreso un percorso verso un anno delicato, ma tutte le nostre attenzioni devono focalizzarsi sul compito che ci siamo scelte come professionisti dell’educazione: prenderci cura delle bambine e dei bambini che abitano i nostri asili nido e scuole dell’infanzia. 

Eppure, raccogliamo numerosi racconti che testimoniano quante strutture abbiano scelto di eliminare il momento tanto delicato e necessario dell’ambientamento; genitori che non riconoscono le educatrici a causa di tute da acchiappafantasmi (o da astronauta); assenza del materiale didattico adeguato; impossibilità di utilizzare gli spazi esterni perché non a norma; una marea di assenze nel personale, con conseguente disorientamento per le famiglie, le quali non rintracciano più i servizi scelti in tempo pre-Covid. 

La narrazione tossica diffusa in modo così sprezzante dal giornalismo aumenta paure, ansie e permette alle preoccupazione di raggiungere quote davvero elevate, ma in mezzo a guanti e visiere non dobbiamo dimenticarci il nostro compito. Abbiamo l’obbligo di sottolineare la forma sanitaria, non possiamo nascondere le problematicità in tempi di una pandemia mondiale, ed informarci sui protocolli è quanto meno necessario, ma non dobbiamo farla diventare la nostra totalità.

Focalizziamo energie e tempo sugli elementi su cui possiamo fare la differenza, facciamo ricorso al nostro pensiero divergente nell’attivare nuove strategie, occupiamoci di educazione.

Occorre sensibilizzare ad uno sguardo più ampio, e costituirci paladini di una cultura dell’infanzia autentica. Facciamo tornare al primo posto la pedagogia, come bandiera dei nostri servizi, e adeguiamola alle misure sanitarie, non permettendo al paradigma del “corpo malato” di invadere tutto il potere essenziale che, come facilitatori dell’apprendimento, abbiamo nel corso della prima infanzia.

Le neuroscienze ormai affermano a gran voce quanto questo periodo sia importante per il pieno sviluppo cognitivo, emotivo, motorio delle bambine e dei bambini. Abbiamo scelto un mestiere che comporta uno sguardo verso l’altro, ed è intrinseco nel nostro mandato progettare un assetto pedagogico capace di stimolare gli apprendimenti e cogliere tutte le opportunità di uno stare insieme prezioso. Non è una sfida semplice, ma è l’intero dispositivo pedagogico a non esserlo per sua natura. La continua ricerca, il capovolgere la nostra prospettiva, assume una valenza obbligatoria e necessaria. Costa fatica, impegno e soprattutto un imprescindibile cambiamento in alcune pratiche ma scriviamolo su un post-it, ripetiamolo a gran voce “Noi ci occupiamo di educazione”. 

Torniamo indietro con il pensiero attraverso una riflessione pedagogica storica imponente quale è la nostra, che possiamo cancellare in qualche mese, e ricordiamo di evidenziare tutti i vantaggi della pedagogia del potenziale, con una sana e attiva fiducia in un futuro incerto, ma positivo. Potrà andare tutto bene solo se riusciamo a cogliere i punti di forza anche in tempi di relazioni educative con volti semi coperti.

Sorridiamo con gli occhi e ricordiamo che prima di qualsiasi intervento medico, c’e prima la cara pedagogia. 

 

 

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