di Silene Garbarino, psicomotricista e docente di PF06

 

 

Non esiste educatore, insegnante o professionista dell’infanzia che non conosca il proverbio africano “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”.

Se non ci eravamo mai soffermati a pensare quanto l’idea africana dello sviluppo fosse vicina a noi, lo abbiamo sicuramente fatto, più o meno consapevolmente, in questo periodo che ci costringe ad una sofferta riflessione su quanto la rete fra le figure di riferimento dei più piccoli rischi di indebolirsi.

Perché, se di fronte all’obiettivo di trasmettere ai bambini saperi e conoscenze abbiamo trovato la soluzione smart di attivare sistemi di didattica a distanza, abbiamo però dovuto constatare che questi strumenti non hanno lo stesso effetto quando dall’insegnamento ci spostiamo all’educazione, dove la presenza, il corpo, e gli sguardi sono fondamentali.

Ci abbiamo messo un po’ ad arrivare a questa consapevolezza.

All’inizio, quando tutto si è bloccato all’improvviso, abbiamo pensato, sia noi che i genitori, che avremmo potuto paragonare quello stop ad una vacanza. In fondo, eravamo vicini a carnevale. Per i bambini, e per noi non sarebbe cambiato così tanto.

Anzi, poteva diventare un’occasione per ripensare al progetto educativo, ai bisogni dei nostri bambini, agli spazi che abitano quotidianamente a scuola e al nido.

Poi, la distanza è diventata reale, palpabile. La pausa era troppo lunga per poter essere ancora chiamata vacanza e nessuno aveva preparato bambini e famiglie a questa separazione. E come avremmo potuto? Non lo eravamo neanche noi.

L’urgenza di riparare a questa mancanza ci ha portato a navigare a vista, a vivere la giornata o la settimana, o, meglio, il tempo che trascorreva tra un decreto e l’altro cercando di trovare soluzioni temporanee che fossero “sufficientemente buone”.

Abbiamo sentito forte il bisogno di esserci, di far sentire che eravamo presenti, in qualche modo. Per dire ai bambini “siamo qui! Continuiamo ad esserci nonostante tutto” facendo sentire nelle nostre parole che presto tutto sarebbe tornato alla normalità anche se non avevamo il coraggio di dirlo a voce alta. Eravamo consapevoli dell’effetto di un’interruzione non prevista, non anticipata, che non aveva avuto il tempo ed il modo di essere rappresentata nella mente dei bambini. E per questo abbiamo cercato di mantenere le routine e le attività familiari attraverso canzoni, letture di storie, proposte di giochi e lo abbiamo fatto con tutti i mezzi tecnologici che consociamo.

Di fronte alla perplessità dei rischi connessi all’uso della tecnologia, soprattutto in età precoce, ha forse vinto il timore di perdere contatto con chi abbiamo accompagnato per tantissimo tempo nel percorso di crescita.

L’impressione di essere sulla strada giusta veniva dal sollievo dei genitori nel sentirci vicini e dai feedback da parte dei bambini che ci salutavano tramite lo schermo, o mandavano richieste sulla storia da leggere o il gioco da fare “insieme”.

Ci è sembrato davvero, per un attimo, di essere riusciti a colmare il vuoto lasciato dalla separazione forzata.

In realtà stavamo tamponando in attesa di ricevere notizie rassicuranti circa la possibilità di riprendere il contatto reale con i bambini e le famiglie.

Dopo gli iniziali entusiasmi per una parvenza di contatto e un’impressione, tanto sfocata quanto effimera, di avere la situazione sotto controllo, senza una reale prospettiva di riprendere l’attività quotidiana con i piccoli, si è fatta strada la sensazione che la rete si stava indebolendo.

Abbiamo ripreso consapevolezza dell’importanza della dimensione corporea nello sviluppo e nell’interazione. Il bambino impara a conoscere se stesso e il mondo circostante nell’azione, nella possibilità del corpo di entrare in contatto con la realtà. Un contatto reale, fisico, che coinvolge i cinque sensi e che attraverso questi porta al pensiero, al ragionamento, alla capacità simbolica e di astrazione.

L’esperienza corporea è il canale attraverso il quale il bambino vive le emozioni e le interazioni con l’altro.

Questa nuova realtà che stiamo attraversando ci chiede di mantenere il nostro ruolo di esperti dell’educazione costringendoci a rinunciare al nostro strumento principale: il corpo.

Abbiamo perso lo sguardo per rimandare al bambino un’immagine positiva di sé, per raccontare le nostre emozioni e accogliere le sue. Con gli schermi viviamo un sovrainvestimento della vista che non corrisponde al guardare, tanto meno al guardarsi. Quando ci si guarda attraverso lo schermo non è possibile guardarsi negli occhi. Per avere la sensazione di essere guardato, l’altra persona deve guardare nella webcam perdendo di vista l’altro e viceversa.

Abbiamo perso il contatto corporeo che può calmare, far sentire protetti e rassicurare. E che può favorire l’azione in chi si sente inibito.

Abbiamo perso gli spazi condivisi. Quegli spazi protetti che i bambini potevano investire di emozioni e relazioni significative, in cui poter sperimentare la crescita insieme agli altri. Quei setting che anche noi abitiamo quotidianamente e che contengono tutti gli strumenti che sappiamo usare con ognuno di loro.

Anche i nostri corpi perdono la loro funzione educativa, mozzati dalla telecamera che ci riprende e ci costringe ad enfatizzare le espressioni del viso.

La voce, poi, perde le sfumature, limita le pause che solo quando si è “in presenza” non sono vuote. Le attese, i silenzi che sono fondamentali nelle interazioni, soprattutto con i bambini, che danno il tempo di formulare un pensiero, di trasformarlo in parole, che rispettano le insicurezze e le paure, non si confanno a strumenti tecnologici che ci hanno abituato all’immediatezza e in cui un attimo di silenzio si trasforma subito nella preoccupazione per l’assenza di segnale.

I nostri sensi e quelli dei bambini sono anestetizzati. Per ora non c’è spazio per loro nella relazione.

E allora ci troviamo a chiedere agli esperti quale sia il modo migliore di agire in questo momento.

E gli esperti fanno pronostici sul dopo, su come cambieranno le nostre vite e le relazioni.

Le cose, però, sono già cambiate.

E il nostro tempo non equivale al tempo di un bambino.

Se noi possiamo aspettare di sapere come andranno le cose per riorganizzare i nostri progetti educativi, rimanendo a riflettere in un “tempo sospeso”, non possiamo aspettarci che questo avvenga all’interno delle case in cui i bambini continuano nel loro percorso di crescita e i genitori si trovano a cercare piccole e grandi risposte a problemi quotidiani senza poter contare sul villaggio fatto da educatrici, insegnanti, professionisti dell’infanzia, ma anche parenti e tate.

E in questo tempo che ci separa dal dopo rischiamo di non supportare le famiglie che ne hanno più bisogno e che spesso sono quelle con cui è più difficile rimanere in contatto e mantenere un’alleanza, anche in tempi più sereni.  E i bambini più fragili possono vivere una cronicizzazione delle loro fragilità e dei fattori di rischio per il loro sviluppo.

Cosa possiamo fare?

Io non ho una risposta.

Ma ho delle domande. E se non ci facciamo queste domande prima di agire non potremo che trovare soluzioni sterili.

Perché prima di chiederci, o chiedere agli altri cosa possiamo fare in questo momento è importante ricordarci chi siamo.

Siamo professionisti che si occupano del mondo dell’infanzia a diverso titolo, con diverse conoscenze, competenze e differenti percorsi formativi ed esperenziali. Ma il compito di tutte noi è quello di osservare i bisogni dei bambini e saperli accogliere sostenendoli nel percorso di crescita e mettendo le nostre risorse e strumenti a disposizione delle famiglie affinché tutti i bambini del villaggio crescano sereni e nel pieno delle loro potenzialità.

E allora il mio invito è quello di capire cosa sta succedendo nel villaggio, dentro le tende chiuse.

Quali sono i nuovi bisogni dei bambini?

E quali quelli dei genitori?

Come posso io rispondere ad alcuni di questi bisogni?

Quali risorse ho a disposizione?

Quali bambini possono essere più in difficoltà in questo momento?

Di che tipo di supporto potrebbero aver bisogno?

Contattiamo le famiglie e chiediamo a loro, facciamoci raccontare come stanno, in che modo stanno vivendo le giornate, rimaniamo in ascolto affinché anche chi non sa esprimere in modo chiaro i propri bisogni li possa far emergere nei racconti dell’esperienza quotidiana, fatta di sguardi, di corpi, emozioni e presenza che sono i nostri strumenti quotidiani e di cui forse loro non conoscono ancora le potenzialità. Prestiamo il nostro sguardo sul bambino ai genitori che ne hanno bisogno. Accogliamo le loro emozioni affinché loro possano accogliere quelle dei bambini e sosteniamoli in questa nuova genitorialità che non erano preparati a vivere affinché possano sentirsi più adeguati e competenti e possano così sintonizzarsi più facilmente con i bisogni dei bambini.

Ed è importante, ora più che mai, che sia forte la rete di professionisti dell’infanzia. Incontri, scambi, riflessioni perché solo integrando quello che ognuno vede dalla propria tenda, possiamo avere il quadro di come sia il villaggio e riprendere a tessere il filo che dovrà ora costruire una nuova rete, che avvolga tutti. 

 

 

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