di Carola Castoldi, coordinatrice servizi 06, formatrice, docente di PF06

Foto di Michaela Lagonigro

 

 

In questo “tempo” in cui ci siamo ritrovati, non per volontà ma per compito in quanto “attori sociali”, a “non essere più padroni del nostro tempo” o, preferirei dire, “custodi del nostro tempo”, quanto e come siamo ancora in grado di abitarlo? 

E quanto, come educatori, insegnanti, pedagogisti siamo chiamati a ripensarci  per supportare le famiglie in questo compito?

Se pensiamo alle madri e ai padri che siamo chiamati a sostenere e accompagnare in questo tempo, fra le tante riflessioni che possono scaturire, ce n’è una che mi ha sollecitato ad organizzare il pensiero: 

“In tema di genitorialità prevale un ordine individuale che ne soggettivizza la funzione: che cosa fare e come fare in quanto genitore è qualcosa che è posto nelle mani e nei cuori, parafrasando Beck, di coloro che si assumono tale onere, compiendo una libera scelta.” (Paola Di Nicola) 

Si dice a livello generale che “l’attore sociale” deve scegliere.

Ma con quali declinazioni, oggi, la libertà dei genitori (e non solo) si traduce in necessità di ripensarsi alla luce di nuovi confini, nuovi schemi, nuove regole sociali che hanno preso il sopravvento sulla soggettività?

Come l’educazione non è più un fatto individuale, auspicando che non lo sia mai stato davvero, ma diventa, in modo più palese, un bisogno da ripensare in modo trasversale? E quanto, forse, questo recupero della dimensione “collettiva” ci obbliga a riconnettere i luoghi, i pensieri e le pratiche con un approccio maggiormente bio-psico-sociale?

Dal mio punto di vista credo che questa “privazione di libertà” che stiamo vivendo ci obblighi a mettere in dialogo i sistemi micro (scuola/famiglia/nonni/luoghi sportivi…) con quelli macro (la cultura dell’infanzia, le iniziative di welfare ecc..). Ci obblighi a mettere in circolo gli interrogativi, i bisogni, le possibilità alla luce non della “libertà di scelta”  ma della “necessità di scelta”.

Scelta di come ristrutturare la dimensione familiare, come ripensare la quotidianità, come rispondere ai bisogni evolutivi dei bambini, come coltivare le relazioni , gli interessi.. come vivere questo tempo e, all’interno di questa parentesi storica, come ABITARE IL TEMPO.

La necessità di una messa a fuoco sulla dimensione del “tempo”, che si spalanca oggi nella mia mente, è da sempre centro di interesse nel panorama delle scienze pedagogiche.

All’interno di un saggio di Andrea Bobbio viene evidenziata la necessità di pensare “il tempo” come un dispositivo pedagogico (oltre allo spazio).

Forse, ciò che siamo chiamati a fare, oggi, è ristrutturare il tempo come dispositivo pedagogico. 

Ma che cosa intendiamo per dispositivo?

Secondo Agamben, che riprende Foucault, il dispositivo è la rete che si costruisce fra gli elementi, ha una funzione strategica, è l’incrocio fra relazioni di potere e di sapere dei vari soggetti che lo popolano. Concetto ripreso e teorizzato in pedagogia, per la prima volta in Italia, da Riccardo Massa:

«L’educazione è un dispositivo. Essa consiste cioè in un insieme strutturato di componenti dimensionali che svolge una propria azione rispetto a molteplici livelli di rifermento. L’educazione richiede pertanto di essere considerata come un dispositivo complesso la cui efficacia risulta pre- sente nell’ambito di ciascuno di tali livelli e delle loro dimensioni fondamentali, nell’ambito d’interdipendenza di essi, e nell’ambito della propria struttura specifica e peculiare».

E allora questo tempo deve essere ripensato come dispositivo che ha la finalità di ridefinire logiche, di affinare pratiche, di inventare strade, di ripensare bisogni, di ri-significare possibilità, di costruire nuovi dialoghi e nuove reti a sostegno dei nuovi confini che ci siamo ritrovati ad abitare.

Costretti su quel confine, scomodo, stretto, limitante, dobbiamo ripensarci come uomini, donne, bambini, vicini di casa, amici, compagni di scuola. Dobbiamo ripensare ad una rete che ci sostenga, che ci ponga in uno stato di “interdipendenza” gli uni con gli altri, seppur con relazioni che hanno una matrice “di fatto” differente. Cambia la forma ma si amplifica la sostanza e si moltiplica il bisogno esponenziale di sentirci chiamati a ripensarci e ritrovarci.

Sentirci chiamati da chi?

Ringrazio Palmieri e Prada che, in un passaggio, ci restituiscono questo sguardo:

“Qualsiasi istituzione educativa riceve il proprio mandato dal tessuto sociale all’interno del quale è calata.” 

Noi tutti professionisti dell’educazione, e non solo, siamo oggi chiamati ad accogliere quel mandato. Il mandato che il tessuto sociale in questo momento storico ci annuncia a gran voce.

Accogliere quel mandato educativo per rinnovare i pensieri, gli orizzonti, le prospettive e sentirci parte di un dispositivo più ampio che va coltivato, ex novo.

Perché è un tempo che non abbiamo mai attraversato, conosciuto, scoperto, sfidato, vinto ma che siamo chiamati a tradurre in “dimora” per la prima volta.

Dimora di nuovi sistemi, nuove connessioni, nuovi dispositivi, nuove forme di dialogo.

E ciò che siamo chiamati a fare è intensificare quei dialoghi, moltiplicare quelle forme, quella rete a sostegno di una responsabilità pedagogica diffusa.

Una corresponsabilità che è obiettivo a cui tendere in ogni tempo, come emerge da uno scritto di Bobbio:

“si tratta di riqualificare non solo il tempo della didattica ma anche quello dedicato alle programmazioni delle attività della scuola, i tempi dedicati dagli adulti agli adulti, i tempi di vita e di attivazioni dei servizi, i modi attraverso cui i bambini giungono a scuola e vivono in essa sperimentandola, si spera, tutte le fenomenologie della cura educativa, Tutte queste esigenze richiamano l’esigenza di “pedagogizzare” tutti coloro che si occupano del bambino nella sua giornata educativa: dall’autista che conduce l’eventuale pulmino, agli inservienti, ai cuochi, tutti coloro che, a diverso titolo incrociano il bambino, quindi, direttamente o indirettamente, lo educano con la loro presenza.”

Un passaggio che si colloca nella cornice pedagogica dei servizi educativi 0/6, in tempi di “apparente normalità” e che per molti sembrerà anacronistico: parlare di luoghi, persone e pratiche che in questo momento sono lontani dalla nostra quotidianità. Ma cosa ci dice questo passaggio? Cosa evidenzia se non la necessità di ripensare il tempo? Il tempo tutto. Dove tutti sono chiamati a farlo. Tutti coloro che ieri, oggi e sempre sono parte di quel sistema diffuso di “educazione”. 

E spetta in prima battuta a noi, esperti in campo pedagogico, il compito di mettere a fuoco quel dispositivo nel quale, direttamente o indirettamente, sono e siamo tutti coinvolti.

Ripensarlo per noi, per gli altri, per i bambini, per nutrire il tessuto sociale.

Ripensare la quotidianità con i suoi ritmi, i suoi luoghi, i suoi transiti, i suoi riti.

Ripensare tutti i dialoghi tra dentro e fuori. Dentro e fuori le case. Dentro e fuori i nuclei familiari. Dentro e fuori le istituzioni. Dentro e fuori il paese.

Ripensare il tempo da vivere “dentro” per ri-significarlo alla luce di tutte quelle “connessioni” possibili che ci permettono di sentirci ancorati anche al “fuori”. 

Credo sia necessario che le persone, i luoghi, le idee, le esperienze allarghino i confini.

Trovare modi perché il fuori non sia solo una dimensione di “pericolo” ma sia anche “una risorsa”: ricercare, coltivare, costruire dialoghi con quel fuori che ci riconnette alla dimensione collettiva, al tessuto sociale. 

E noi educatori credo che siamo chiamati a fare questo con le famiglie dei nostri bambini, e non solo: coltivare dialoghi che aiutino a ristrutturare il tempo.

Recuperare le routine, costruirne di nuove, alimentare la circolarità delle relazioni (seppur a distanza), nutrire la continuità delle esperienze, fare da collante in un momento in cui la frammentazione rischia di parcellizzare le esperienze.

Non è necessario aprire la porta e uscire per valicare i confini e superare il limite: possiamo provare ad abitare quei confini tessendo i dialoghi con le famiglie, con le realtà di vicinato, con la dimensione comunitaria in senso più ampio.

I bambini si stanno “adattando” a questo nuovo dispositivo ma siamo noi, scuola e famiglia insieme, che possiamo farci “comunità educante” per la comunità stessa. 

Siamo noi che possiamo rendere educativo, nonostante tutto, tale dispositivo. 

Nonostante il tempo abbia stravolto le nostre vite. Nonostante sia difficile sostare in questo tempo.

Nonostante i limiti a volte ci facciano sentire in gabbia. Proviamo a sconfinare: anche solo con il pensiero, con il “sentire” in comune, con la valorizzazione dei ricordi, con la costruzione di nuove strade attraverso le quali ritrovarci. A distanza. Ma ritrovarci, gli uni per gli altri.

Io non mi sono ancora ritrovata, ma forse, attraverso questo pezzo ho ritrovato un panorama possibile di idee, emozioni, possibilità, responsabilità. Ho ritrovato la bellezza di nuovi accostamenti di pensiero, di nuove letture e di nuove connessioni. 

E forse mi sono concessa la possibilità, non ancora di ritrovarmi, ma di sentirmi “meno persa”.

E di guardare in faccia un Tempo. 

Da abitare, da governare, da re-inventare.

 

 

 

 

Bibliografia

Agamben G.,Che cos’è un dispositivo, Nottetempo, 2006. C. Palmieri, G. Prada, Non di sola relazione. Per una cura del processo educativo, MIMESIS, Milano, 2008

Bobbio A., “Spazi e tempi come dispositivi pedagogici” in A.A.V.V.,(2019), a cura di Claudia Lichene, Progettare e realizzare percorsi 0-6. Riflessioni ed esperienze, I quaderni di zeroseiup n.6, Ed.Zeroseiup, Bergamo. 

De Nicola P., Prendersi cura della famiglie, Carocci Editore, Roma, 2008 Massa R., Educare o istruire? La fine della pedagogia nella cultura contemporanea, Unicopli, 1987; Idem, Cambiare la scuola, Laterza, 1998.

www.enaip.it, Articolo “Il concetto di dispositivo e il suo uso in ambito pedagogico” n°1/2013, pag. 24

 

 

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