di Manuela Cecotti, psicopedagogista

foto: Scuola dell’Infanzia Canotter di Sprè (TN)

 

Nasce dal pensiero di tanti, in questo tempo ingarbugliato, l’idea di non perdere il filo.

Filo come metafora di legame, di collegamento, di traccia, di percorso immaginato e possibile.

Come ricucire gli strappi che educatrici e bambini, scuole e famiglie hanno vissuto quando il quotidiano è diventato impossibile, il presente tutto da inventare, il futuro incerto?

Nel lavoro di formazione abbiamo scelto il filo sottile dell’ascolto.

Il messaggio di una mamma ci ha raccontato quanto suo figlio di 3 anni fosse contento, nei giorni dell’isolamento, di vedere le sue maestre nel video che queste avevano animato e inviato ai bambini. “Ho sempre saputo che la scuola gli piace, ma solo ora ho realizzato quanto gli mancava vedere le maestre”. Gli sembrava reale al punto di voler suonare lui la campanella di quella canzone dei folletti!

Un’altra mamma ha postato una fotografia del suo bambino di 4 anni arrampicato sul muretto della scuola intento a guardare quel vuoto e quel silenzio che l’avvolgevano: testimoniava il primo posto in cui aveva voluto andare appena era stato possibile uscire di casa perché aveva tanta nostalgia dei compagni.

Abbiamo capito quanto forte fosse il filo che ci univa.

Un gruppo di insegnanti di Sprè (TN) ha ideato “il filo che crea”: un progetto per mantenere il filo affettivo e relazionale.

Hanno cominciato a raccogliere le risposte in disegno e voce che i bambini avevano mandato a seguito di un incontro a distanza, di un video con una storia raccontata a più voci da tutte le insegnanti e la richiesta di un disegno.

Passaggi tanto interessanti quanto invisibili. Come far sentire la voce dei bambini al di fuori? Come portare a conoscenza i loro pensieri grandi, le loro idee uniche, le tante cose che hanno da dire? Come dare valore alle loro parole attraverso una socializzazione più ampia?

Ho ripensato ancora al filo, questa volta a quel filo su cui ancora si stendono i panni in Cittàvecchia a Trieste. Così come a Napoli e a Venezia. E’ una corda stesa tra due edifici, in  condivisione tra dirimpettai. Si adotta un ritmo complementare per l’asciugatura e a volte ci si passa da una parte all’altra qualcosa: l’anziano signore del piano terra ci manda le fragole del suo piccolo orto, noi gli passiamo i biscotti. Così negli anni quel supporto è diventato canale comunicativo, linea di trasporto, strumento sociale a tutti gli effetti.

Un filo può aiutarci a collegare le persone, può essere un sostegno concreto alle relazioni: e se appendessimo un filo, un filo concreto,  sulla ringhiera della scuola utilizzandolo proprio per tenere i rapporti con i bambini?Loro domandano se la scuola c’è ancora, potranno andarla a trovare, vedere e scoprire che quel recinto che separa il dentro dal fuori, si è animato, è diventato un’area di incontri possibili, una separazione che oggi permette di essere vicini.

Il non luogo del confine si trasforma in un’area di scambio e di passaggio grazie ad un semplice cordino su cui viene appesa una sequenza di buste trasparenti (che fungono da contenitori) con un invito: lascia anche tu un disegno, un messaggio e questo filo sarà un’opportunità per incontrarci e poterci raccontare.

Propongo che in questi giorni sospesi l’idea venga accolta e riproposta lungo le ringhiere dei nidi e delle scuole affinché lo spazio di mezzo tra dentro e fuori possa diventare uno spazio da vivere insieme per comunicare e coltivare i rapporti tra i bambini. Perché il filo tra di loro è fragile e richiede il nostro supporto, perché il filo che li unisce è robusto, anche se invisibile.

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