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di Valeria Falovo, psicologa

 

 

“Quante volte devo ripeterti la stessa cosa?”
“Quando fai così non voglio vederti!”
“Guarda che se non la smetti…”

Sono alcune frasi che spesso diciamo ai nostri bambini (oppure che ci venivano dette) e che possono racchiudere un mondo. 
Dal punto di vista della Disciplina Dolce (ma di tutta la psicologia in generale), la comunicazione rappresenta lo strumento elettivo per costruire, mantenere e regolare le relazioni interpersonali.
 Con le parole definiamo noi stessi e gli altri, ma soprattutto trasmettiamo messaggi, informazioni e significati. In queste comunicazioni vengono veicolate anche emozioni, bisogni, intenzioni, desideri e aspettative ma spesso queste componenti rimangono “silenti”, ossia vengono trasmesse in maniera implicita e inconsapevole.

Con i bambini la comunicazione assume ancora di più un aspetto rilevante nella relazione perché è necessario calibrare e moderare ogni messaggio in base alla loro età. Conoscere e comprendere come il cervello del bambino matura, quando raggiunge determinate competenze, quando è in grado di fare determinati tipi di operazioni mentali può essere di grande aiuto per i genitori che quotidianamente interagiscono con loro. Vi sono, infatti, moltissime situazioni comunicative in cui i bambini non riescono a comprendere il messaggio interamente, cogliendone solo una parte, altre che addirittura risultano dannose o controproducenti.

Vediamo insieme quali tipi di comunicazione sarebbe meglio evitare e quali sono le modalità alternative che possiamo adottare affinché i bambini riescano ad ascoltarci e comprenderci.

MINACCE e RICATTI: sembrano uno strumento educativo utile, ma emotivamente per i bambini sono molto destabilizzanti. Per i bambini è tutto vero! Una minaccia viene sempre presa sul serio (finché non capiscono che non è così, quindi bisognerà “alzare il tiro” e si entra in un eterno tiro alla fune che allontana e crea rotture relazionali). 
Il ricatto invece porta il bambino a sentirsi “senza via di scampo” , incompreso, sotto controllo. Inoltre, ottenere collaborazione con il ricatto è un paradosso: i bambini sono portati ad obbedire per ottenere approvazione, premi o il buon umore dei genitori, perdendo l’occasione per capire come mai fare una determinata azione è utile, importante, interessante.

DISCORDANZA FRA VERBALE E NON-VERBALE: i bambini colgono molto bene gli aspetti non-verbali della comunicazione (sguardo, tono della voce, postura e movimenti, espressioni facciali…). Sarebbe bello riuscire a rimanere sempre coerenti fra il contenuto del messaggio e la modalità con cui lo trasmettiamo. Esempio: un bimbo ci mostra un suo disegno, noi siamo distratti/assorti da altro, rispondiamo con un “che bello…” detto in tono annoiato. Al bimbo arriverà la nostra noia, la nostra distrazione e stanchezza. E non c’è niente di male nel sentirsi stanchi o annoiati! Proviamo quindi a renderla esplicita: “Voglio davvero guardare il tuo disegno, ma adesso sono impegnato/stanco. Aspetti due minuti e poi lo guardiamo insieme?”

IRONIA e SARCASMO: sono modalità molto diffuse nella comunicazione fra adulti, ci servono a sdrammatizzare, a minimizzare, a rendere più divertente un dialogo. I bimbi però non hanno le competenze cognitive per comprendere a fondo una frase come “il giorno che ti metterai da solo le scarpe, vado ad accendere un cero”, tanto meno il “Fai pure con calma!!!” detto ad un bimbo particolarmente lento. Nessun danno, ma sicuramente non sono comunicazioni efficaci e utili (almeno fino ai 7 anni circa) e dette quotidianamente potrebbero suscitare imbarazzo e vergogna, impattando sull’autostima del bambino.

SQUALIFICARE: “Non è vero che ti sei fatto male”, “Smetti di piangere, dai…”. Sebbene l’intenzione dell’adulto sia benevola e consolatoria, per il bimbo è una squalifica del suo sentire e del suo comunicare (ti comunico che mi sono fatto male e mi dici che non è vero; sento di dover piangere e mi dici di smetterla).

DIVIETI del tipo “NON + (verbo all’infinito)”. 
Sarà capitato a tutti di utilizzare frasi come “non correre!” o “non urlare!” e vedere il proprio bimbo cominciare immediatamente a farlo! Non si tratta di sfide all’autorità genitoriale, ma di limiti dovuti al funzionamento del cervello ed è qualcosa che appartiene anche agli adulti. Il cervello infatti funziona per rappresentazioni dunque nominare l’azione “correre” fa immediatamente attivare la rappresentazione di quell’azione. Difficile resistervi se abbiamo 1 anno e mezzo, due, tre anni…Meglio usare frasi in positivo “Rallenta per favore”, “Puoi abbassare la voce?”

GIUDIZI SULLA PERSONA: “Sei un pasticcione!”, “Non fare lo sciocco!”, “Sei un maleducato” sono tutti giudizi indirizzati al bambino, alla sua persona, che lasciano poco scampo. Meglio rivolgere la critica alle azioni e ai comportamenti (quando ci sembra necessario): “Hai fatto un bel pasticcio qui! Adesso sistemiamo, vieni. Ricordati di fare attenzione la prossima volta per favore”. Il senso del messaggio è : tu mi piaci sempre, le tue azioni a volte possono non piacermi.

VERBALIZZARE: l’uso della verbalizzazione di tipo emotivo è qualcosa di immensamente utile per lo sviluppo emotivo dei bambini. Forse non regala nell’immediato soluzioni, ma sul lungo termine risulta essere uno dei fattori più importanti per la costruzione di una buona relazione di attaccamento (Siegel) e anche per lo sviluppo di una buona intelligenza emotiva (in termini spiccioli: è ciò che rende i bambini socialmente competenti, empatici, altruisti, con buone relazioni interpersonali nell’infanzia e per tutta la vita).
Riuscire a comunicare ai bambini i nostri stati emotivi è un atteggiamento che può portare a grandi benefici soprattutto per quanto riguarda la comprensione che i bambini maturano rispetto al loro sentire soggettivo. Imparare a discriminare la rabbia, la tristezza, la paura è un passaggio fondamentale, ma è altrettanto fondamentale capire che tutto ciò può essere comunicato (senza sentirsi in imbarazzo, rifiutati o allontanati) e “utilizzato” in maniera sensata e coerente: se sono triste, cerco conforto; se sono spaventato, mi allontano. Raccontare ai bambini come ci sentiamo e cosa proviamo può sembrare strano in prima battuta, ma può diventare in breve tempo un’abitudine di tutta la famiglia e trasformarsi in qualcosa di naturale e spontaneo.

“Oggi sono proprio stanca, ho lavorato tanto oggi e non sono riuscita a fermarmi. Ho bisogno di dieci minuti di pausa”. L’obiettivo non è che i bambini si prendano cura della nostra stanchezza (è normale che protestino alle nostre richieste di pausa!) ma rendere esplicito cosa sentiamo e di cosa abbiamo bisogno. Ciò aiuta i bambini a comprendere gli altri, il mondo e quindi anche se stessi.

Per chi fosse interessato all’argomento, segnalo due testi fondamentali per comprendere la comunicazione di tipo empatico: Marshall Rosenberg “Le parole sono finestre oppure muri) e Thomas Gordon “Genitori efficaci”. Il primo si occupa di “Comunicazione Non-Violenta”, il secondo di “Ascolto Attivo”: entrambe le prospettive sono di valido aiuto e riconosciute, insegnate e studiate a livello internazionale. 
Nell’ambito della genitorialità e della Disciplina Dolce rappresentano due punti di riferimento per modificare il proprio modo di porsi e raccontarsi ai propri bimbi, per aiutarli nella loro crescita cognitiva, emotiva e interpersonale.

Lavorare sul proprio modo di comunicare con i figli a scuola e in famiglia (ma anche sul lavoro, con gli amici…) può realmente fare la differenza per le relazioni significative della nostra vita. Parlare in maniera rispettosa, empatica e accogliente ai bambini è un atteggiamento che aiuta moltissimo nelle piccole difficoltà quotidiane e che regala reali momenti di sintonia affettiva con i piccoli, i quali  ci chiedono costantemente di aiutarli a capire e capirsi (grazie alla loro costante e intensa curiosità verso ogni grande o piccola cosa del mondo).

 

Riferimenti:
Rosenberg M.B., “Le parole sono finestre oppure muri”
Gordon T., “Genitori efficaci”
Siegel D., “La sfida della disciplina”
Siegel D., “12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino”
Filliozat I., “Le emozioni dei bambini”