di Alice Rampa, pedagogista

 

Chissàdove andiamo.

Chissàdove inizia il viaggio.

 Provo e riprovo a mettere in ordine i pensieri, dopo una giornata come quella di sabato non è per niente facile.

 Le suggestioni creano immagini, prima dei pensieri.

 Alberi, io vedo alberi.

 Un albero, che cresce.

 Alberi, con rami e foglie che si intrecciano.

 Un bosco.

 Semi, che si staccano dai rami e iniziano un nuovo viaggio.

 Attenzione!

 Si staccano?

 Iniziano un nuovo viaggio?

 Per dove? Sarà sicuro? Sapremo proteggerli?

 Forse il nostro percorso inizia proprio da qui, da quel rapporto tra un albero, due alberi, e i propri semi che stanno per partire alla scoperta di nuovi spazi, tempi, luoghi.

 Anzi no, dobbiamo fare un passo indietro.

Come quel seme si è sentito pronto per partire per una nuova avventura?

Cosa gli ha permesso di affacciarsi al mondo?

E quando un seme non sente quella spinta all’esterno?

Quando la sente ma l’albero fatica a lasciarlo andare?

Quando la fatica coinvolge aspetti diversi?

 Il secondo convegno di Percorsi Formativi 06 dedicato ai “bambini a disagio e adulti in difficoltà” non poteva tralasciare il punto di partenza fondamentale di questo percorso, aspetto che in modo trasversale ha attraversato tutti gli interventi dei vari relatori della giornata.

Le fatiche?

Disagio?

No, no, non ci siamo.

La cura

La Cura, in quanto totalità strutturale unitaria, si situa, per la sua apriorità esistenziale, “prima” di ogni “comportamento” e di ogni “situazione” effettivi dell’Esserci (cioè già sempre dentro ognuno di essi). La Cura, quindi, non esprime il primato del comportamento “pratico” rispetto a quello teoretico. La determinazione puramente intuitiva di una semplice presenza ha il carattere della Cura non meno di un’“azione politica” o di un semplice divertimento ricreativo. “Teoria” e “prassi” sono possibilità dell’essere di un ente il cui essere deve essere determinato come Cura. E’ quindi destinato a fallire anche il tentativo di ricondurre il fenomeno della Cura, nella sua essenziale e inscindibile unitarietà, ad atti particolari o tendenze come il volere, il desiderare, l’impulso e l’inclinazione, ovvero a costruirlo in base a essi.

(Heidegger, Martin, Essere E Tempo,  ed. it. di Pietro Chiodi (Milano: Longanesi, 2005)).

 Per questo non poteva che aprire le riflessioni della giornata Luigina Mortari, che ha reso la parola “cura” incarnata e reale.

La cura porta con sé, necessariamente, il tema del corpo.

Giusto, perché nei servizi per la prima infanzia la cura del corpo è fondamentale: pappa, cacca, nanna, no?

 Sbagliato!

 La “cura del corpo” è elemento fondamentale per entrare in relazione con il mistero dell’altro, perché il bambino non ha un corpo, non possiede un corpo, ma in quel corpo c’è tutto di lui, c’è il suo mistero.

E con questo essere corpo entriamo in relazione con l’altro.

 Per pronunciare parole, che è tutt’uno col costruire lo spazio in cui manifestare la propria essenza, si ha bisogno dell’altro. Né si può avere percezione del proprio corpo se non c’è un altro con cui essere in relazione.

(Mortari, Luigina, Un Metodo a-Metodico,  (Napoli: Liguori, 2006), p. 14.)

 Parlare di servizi per la prima infanzia, per lo 06, avvicinarsi al tema del disagio non può che essere tutt’uno con il tema del corpo.

Dicevamo, i bambini non hanno un corpo, sono un corpo e con quell’essere corpo si muovono nel mondo, incontrando altri corpi (di pari e adulti) e a seconda di come entreranno in relazione potranno svilupparsi dinamiche diverse.

 Tutti gli interventi non hanno potuto prescindere da questo punto di partenza.

Parlare di disagio significa parlare di corpi che si incontrano.

Parlare di corpi che si incontrano significa parlare di soggettività, soggettività che  “non precede la prossimità per poi impegnarsi successivamente in essa. È, al contrario, nella prossimità … che si annoda ogni impegno.” ( Lévinas, Emmanuel, Altrimenti Che Essere O Al Di Là Dell’essenza,  ed. it. di Silvano Petrosino e Maria Teresa Aiello (Milano: Editoriale Jaca Book, 1991), p. 106.).

 Adulto e bambino che si incontrano, su un terreno fisico/spaziale comune ma su un terreno emotivo, relazionale, cognitivo da costruire insieme; l’adulto dev’essere ben consapevole che non si tratta di qualcosa di definito apriori ma che dev’essere continuamente aggiustato e riorganizzato.

Lasciare che la propria attenzione s’innamori delle cose non vuol dire smarrire la cognizione nella molteplicità degli enti, ma attivare quell’attenzione concentrata sull’altro che è come lo stupore che accende lo sguardo del bambino, quella meraviglia ammirata che è matrice originaria del pensare che va in cerca di verità capaci di illuminare l’esperienza. È l’attenzione allocentrica, ossia quel guardare radicalmente delocalizzato sull’altro di cui è capace solo chi sa spogliarsi del proprio sé, liberarsi di certi pensieri utilissimi, e che sa tenere l’anima preservata dal rischio che penetri in essa qualcosa che leda la sua vita, che ostacoli il suo libero respirare.

(Mortari, Luigina, Un Metodo a-Metodico,  (Napoli: Liguori, 2006)

 I relatori che ci hanno accompagnato durante il lungo viaggio hanno saputo aggiungere con sapienza, delicatezza e insieme potenza elementi su elementi che potessero ridarci la complessità degli sguardi sull’incontro tra bambino e adulto.

Non solo di incontro in situazioni di fatica e difficoltà, gli interventi hanno reso possibile un passo indietro perché se è vero che le fatiche esistono è altrettanto vero che l’incontro tra corpi nei servizi non può partire dalla difficoltà ma, necessariamente, dalla ricchezza intrinseca nell’incontro stesso.

 Ogni parola, un dono.

Ogni dono, un passo verso…

 Ecco i doni che ci portiamo a casa, doni che non offrono risposte pronte a domande conosciute ma aprono riflessioni e domande su aspetti con cui ci si confronta ogni giorno ma che a volte appaiono così distanti.

Domande che nemmeno immaginavamo.

Domande che avevamo paura di porre, a voce alta.

Domande, come quegli infiniti “perché” di cui sono capaci i bambini.

 Patrizia Granata con l’idea di ben-essere, così come emerge dagli studi del gruppo di ricerca della dott.ssa Lucangeli, punto di partenza imprescindibile: senza benessere il bambino non è nella condizione di poter crescere, imparare. Ed ecco che arriva il riconoscimento delle emozioni come attivazioni di apprendimento.

Perché è così difficile riconoscere un ruolo di massima importanza alle emozioni in ambito di apprendimento?

Quali possibilità per l’adulto di entrare in vera relazione con i bambini a partire dal riconoscimento e accoglienza del vissuto del bambino?

 Sintonizzazione emotiva, sguardi sono i doni portati da Alberto Pellai.

Quanto la de-sintonizzazione emotiva può incidere nel percorso di crescita dei bambini?

Quale la difficoltà dell’adulto nel riconoscere nell’utilizzo continuativo di devices i rischi di vere e proprie dipendenze?

 Lentezza, concentrazione, capacità motorie che plasmano le capacità della mente, i doni di Alberto Oliverio.

Come poter insegnare lentezza e concentrazione? Prima agli adulti, ovviamente, perché possano essere esempi concreti.

Quale ruolo per  l’esperienza reale, attiva, tattile, motoria nel percorso di maturazione cognitiva del bambino?

Parlare e agire rispondono alla stessa area del cervello, quali e quante conseguenze può avere questo assunto sulle pratiche e le riflessioni nei servizi per la prima infanzia?

Idea di un soggetto che nasce nel discorso dell’Altro, sguardo, i doni ricevuti da Pamela Pace.

Quanto siamo consapevoli, come professionisti, del “potere” del nostro sguardo sui corpi dei bambini che danno forma ai luoghi educativi?

 Contenitori educativi, distanze e legame con l’adulto (attaccamento), distanti – distinti – connessi, le parole regalate da Giuseppe Nicolodi.

Come il modello di attaccamento si declina nel pensiero che dà forma ai servizi per la prima infanzia?

Quanto l’adulto, anche professionista, è consapevole di quanto sia importante non andare in crisi quando il bambino porta le sue fatiche e le manifesta, anche con potenza?

“Nel gruppo, sono sempre nella mente della maestra?” : siamo coscienti di quanto questa domanda muova e s-muova gli agiti dei bambini?

Riconosciamo la difficoltà nel passaggio da una distanza minima ad una media (e la paura di perdere il legame instaurato)?

 Introietti, empatia, riconoscimento delle esperienze passate, realizzazione del proprio potenziale. Chiara degli Esposti e Ornella Cavalluzzi.

Può davvero un educatore non fare un percorso dentro di sé per riconoscere cosa muove alcune reazioni nei confronti dei bambini che incontra come professionista?

Come possiamo sostenere la realizzazione del potenziale di ogni bambino senza caricare le nostre aspettative, senza mettere etichette?

 Intime connessioni, sguardi, distanze, miracoli, anima sono condivisi da Marianna Vaccalluzzo e Daniela Ghidini

Sappiamo accogliere il miracolo del bambino senza volerne possedere il più intimo essere?

Siamo consapevoli dell’importanza di creare spazi, luoghi, relazioni, pensati e ricchi di significati da condividere con i bambini?

 Rete, famiglia, mettersi a terra: si parte dalla rete e si conclude con la rete nell’intervento di Vania Rigoni.

Una rete che può essere ragnatela in cui imprigionare i soggetti, ciascuno in uno schema predefinito e ben caratterizzato.

Una rete che invece può essere intreccio di potenzialità, differenze, dove ciascuno porta qualcosa di sé e lo mette in condivisione creando uno spazio nuovo in cui crescere insieme.

Come cambia la prospettiva mettendosi a terra per incontrare le famiglie?

Come possiamo sostenere le famiglie, prime esperte dei bambini?

 Ecco che il “farsi rete di sentimenti e scienza” si impone in tutta la sua forza.

 Rete di sguardi di differenti professionisti.

Impossibile non guardare a come tutti questi sguardi, pur nelle loro intrinseche differenze, siano diretti verso il medesimo orizzonte di senso: la necessità di accogliere i bambini nella loro interezza partendo da adulti consapevoli di loro stessi, che non smettono mai di mettersi in discussione.

 Rete che unisce professionisti e famiglie.

Perché senza una vera comunità di senso e pratiche condivise con la famiglia ogni azione e pensiero cade nel vuoto.

 Rete che unisce i gruppi di lavoro.

La condivisione di progetti con (per) i bambini e con (per) le famiglie necessita di gruppi di lavoro che sempre più si interroghino sulla propria direzione, che si fermino a a riflettere su quanto fatto e su quello che si può ancora fare, senza fermarsi al possibile ma immaginando quello che ancora non c’è.

 Rete per il bambino, che si sente s-guardato nella sua interezza, non spezzettato, non analizzato, schedato, determinato.

 E alla fine di questo percorso, come i semi del grande albero del libro Chissàdove, ecco che siamo pronti per spiccare il volo.

Per dove?

Chissà.

Ma lo sguardo che si posa sulle spalle, lo sguardo della rete che sostiene e permette di allontanarsi con sicurezza lo sentiamo, tutto.

 

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