di Francesca Baroni, insegnante di inglese

 

 

È una vera e propria sfida quella che stiamo affrontando noi professionisti dei servizi 0-6. Abbiamo la fortuna di poter stare a casa in un momento così critico, ma anche il dovere di continuare il nostro lavoro nel miglior modo possibile. Si è già dibattuto circa le modalità migliori da seguire e sul potenziale pericolo che l’esposizione agli schermi, cui stiamo sottoponendo i bambini, reca. Dall’altra parte si è presentato il problema delle leggi che regolano il Copyright, dopo che molti colleghi, io per prima, hanno cominciato a diffondere video-letture per non abbandonare le buone abitudini e far anche solo sentire la propria voce agli alunni. Insomma, una giungla!

Ma per chi si occupa dell’apprendimento precoce della lingua inglese, o di qualsiasi altra lingua straniera, la faccenda si fa ancora più complicata.

Perché? Molti si chiederanno.

L’insegnamento delle lingue straniere in Italia affonda le proprie radici nell’Ottocento, quando veniva prediletto il modello latino ed il metodo grammaticale – traduttivo, costituito da lezioni frontali, regole ed eccezioni da imparare a memoria; non vi era spazio per la contestualizzazione e l’oralità, come se la lingua fosse, al pari del latino e del greco antico, morta. Solo a partire dall’ultimo ventennio del XIX secolo si iniziò a dare importanza all’aspetto concreto ed alla sonorità, grazie ai precursori della Glottodidattica. Tuttavia, il nostro Paese non ha ancora ben compreso i benefici di adottare una modalità “naturale” di insegnamento e nella maggior parte degli istituti scolastici lo studio parte sempre dalla grammatica, trascurando lo sviluppo della competenza orale. Il luogo per eccellenza dove diviene impossibile compiere il suddetto processo, diametralmente opposto a quello di acquisizione della lingua madre, è il servizio 0-6: trovandosi spesso a lavorare anche con bambini molto piccoli, cioè persino di tre mesi, come avviene per esempio negli asili nido bilingue, l’adulto compie tutti i gesti che regolano solitamente la relazione con gli utenti, con la differenza che anziché farlo in italiano lo fa in inglese. Si tratta dunque di parlare, commentare, rispondere alle richieste, porre domande, complimentarsi, richiamare, leggere, giocare, cantare, recitare… tutto in L2 (seconda lingua, nda).

È stato dimostrato come le relazioni autentiche e basate sulla fiducia reciproca aiutino il bambino ad apprendere, contribuendo ad accrescere la sua autostima, elemento essenziale per la comunicazione e lo sviluppo del linguaggio. A tal proposito svolge una funzione centrale il setting pedagogico, teatro della relazione educativa; si parla, infatti, di enabling environment, un ambiente familiare e rilassante, che fa sentire il bambino accolto, al sicuro e a suo agio.

Durante i miei laboratori l’obiettivo principale è far sì che gli alunni si divertano e provino delle emozioni positive, senza senso di costrizione o imbarazzo; tutto deve avvenire in maniera spontanea, attraverso giochi motori all’aria aperta, quando possibile, letture animate e drammatizzazioni, canti e balli. Come continuare a fare tutto questo da casa? Come mantenere vivo il learning by doing attraverso uno schermo?

Questi sono i quesiti che mi sto ponendo dal 23 febbraio scorso, giorno in cui mi è stato comunicato che l’indomani non avrei salutato i “miei” bambini con un allegro “Hello!”.

Da lombarda, infatti, sono ferma di fronte al semaforo rosso da oltre un mese. Anzi, più che rosso è giallo intermittente. Continuiamo a lavorare, ma con modalità diverse, i tempi si sono dilatati e siamo tutti in attesa di quel verde che non si sa ancora quando arriverà, per ora di quel colore che ricorda i prati sconfinati e le corse dei bimbi resta solo la speranza.

Come già accennato, mi sono adoperata per filmarmi mentre leggo o, addirittura, insceno degli spettacolini e così stanno facendo in molti. Quando, però, ciò avviene in presenza degli alunni, uno sguardo attento ed allenato tiene traccia delle sensazioni, di ogni abbozzo di sorriso o, al contrario, smorfia degli uditori per valutare l’apprendimento, ma anche e soprattutto per giudicare il proprio operato. Si pensi ad un attore di teatro costretto a recitare un monologo senza pubblico: quali strumenti possiede per comprendere come sta andando? Come può sapere se la sua performance è in grado di restituire qualcosa a chi ascolta? Un’emozione, uno spunto di riflessione, qualunque cosa che smuova gli animi. Come? La totale assenza di comunicazione – verbale e non verbale – mi fa pensare a un paradosso: insegno una lingua straniera che rende possibile comunicare con il mondo intero, eppure lo sto facendo in maniera unidirezionale, senza scambi di battute, in completo silenzio. Ricordo che si sta parlando di minori che vanno dai 3 ai 6 anni, nel mio caso specifico, per i quali l’OMS sconsiglia l’esposizione prolungata davanti agli schermi, dunque non è, giustamente, possibile attivare una didattica a distanza basata sulla videoconferenza, come invece avviene per gli studenti più grandi. A onor del vero bisogna dire che i genitori inviano spesso dei feedback, semplici commenti o, talvolta, materiale audiovisivo che consentono di farsi un’idea e capire se il bambino ha apprezzato o meno l’attività, scoprire se i genitori hanno rilanciato la proposta dell’insegnante, oppure se desiderano chiedere consigli per continuare il percorso. Ciononostante, si tratta pur sempre di rimandi filtrati.

Mera impotenza o possibilità? Esiste il lato positivo della faccenda. Noi insegnanti di inglese dobbiamo mostrare ai genitori che ritagliare dalla quotidianità uno spazio dedicato all’inglese è fattibile. È la nostra opportunità per far capire che basta davvero poco! Realizzare insieme una ricetta, giocare con le macchinine, continuare a fare quello che si faceva prima, ma reinventando una parte di routine e trasformandola in qualcosa di magico. Quale miglior ambiente rassicurante se non la propria casa? Si pensi, inoltre, agli enormi benefici che il bambino trae dalla relazione parentale ed alle potenzialità di questa in materia di apprendimento di una lingua straniera. Dico sempre che uno spazio formativo accurato riproduce l’ambiente naturale di acquisizione della L1 (lingua madre, nda) e allora approfittiamo dell’ambiente domestico, in cui i bambini stanno trascorrendo intere giornate, per fare dell’inglese una “questione di famiglia”! Come disse Churchill: “Un ottimista vede l’opportunità in ogni difficoltà”.

Credo, inoltre, che per noi professionisti questa enorme sfida possa essere motivo di crescita. È nostro dovere dedicare una cura ancor più meticolosa alla ricerca del materiale, alla progettazione e all’inventiva; ora più che mai occorre evitare l’utilizzo di sterili schede didattiche, benché comode e facilmente trasferibili come file, e trovare gli strumenti adatti a creare una connessione invisibile con gli allievi. Filmati in cui ci si rivolge direttamente ad essi, in cui si fanno delle pause per attendere il loro riscontro, insomma, bisogna creare dei vuoti, degli spazi che rendono possibile la comunicazione, anche se non sincrona.

Questo è, in sintesi, ciò che adesso spetta a noi insegnanti, nella speranza che quel semaforo giallo intermittente si tramuti in una stella polare, che ci guidi e ci ricordi che anche con il mare in burrasca un marinaio ha sempre il suo punto fermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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