di Silene Garbarino, psicomotricista, docente di Percorsi formativi 06

 

 

Stiamo formando un cerchio, io sono seduta in attesa che anche i bambini prendano posto.

Capita spesso che si siedano e poi, vedendo un loro amico seduto in un altro punto, decidano di lasciare la postazione per avvicinarsi a lui.

Io aspetto paziente che ognuno trovi il proprio posto.

Oggi però mi accorgo che il movimento a zig zag dei bambini ha una conformazione diversa. Osservo con maggior attenzione e noto che Filippo si avvicina e si allontana ripetutamente da Alice. Al suo avvicinamento corrisponde un rapido quanto intenso movimento delle amiche di Alice che si stringono intorno a lei e le tengono le mani.

Filippo allora si allontana, indietreggia verso il centro del cerchio, guarda Alice e poi tenta nuovamente di raggiungere il suo obiettivo cercando di intrufolarsi fra la bambina e una delle due amiche che le stanno intorno.

Non ci sono parole in questo contrasto. Sguardi, tonicità muscolare, posizioni nello spazio, contatto fisico comunicano da una parte il desiderio di Filippo di stare vicino ad Alice, dall’altra parte che il desiderio non è corrisposto.

Gli altri bambini hanno, nel frattempo, trovato il loro posto e si zittiscono incuriositi mentre io lascio il mio per avvicinarmi a Filippo che, con la forza, si è aperto un varco tra Alice e Chiara e ora si trova seduto tra le due bambine.

Chiedo ad entrambi cosa stia succedendo e lui è il primo, e l’unico constaterò poco dopo, a rispondere alla mia domanda.

“Io voglio stare vicino ad Alice”.

Rimango in silenzio aspettando che le bambine mi raccontino il loro punto di vista, ma nessuna delle tre apre bocca.

“Alice” chiedo “anche tu vuoi stare seduta vicino a Filippo?”

Lei guarda in basso, si morde un labbro. Non risponde. Io rimango in attesa.

Sempre mantenendo lo sguardo basso mi dice “no, io no” e aggiunge “è lui che vuole stare vicino a me”.

A questo punto torno al mio posto perché quello che è appena successo è importante e deve essere condiviso con il gruppo.

Li guardo tutti per alcuni secondi in silenzio, so di dover dare il giusto peso a quello che sto per dire.

“Bambini, devo dirvi una cosa molto importante. A tutti noi capita di avere voglia di sederci vicino ad un amico, o di giocare con lui oppure di abbracciarlo o di entrare nella casetta che ha costruito” lascio loro alcuni secondi per rappresentarsi situazioni ed emozioni analoghe che hanno vissuto. Poi riprendo “ma quando quell’amico o quell’amica ci dice di no, che non vuole, noi dobbiamo lasciar perdere. Perché, bambini, i no sono no. E i no vanno rispettati. Tutti. Sempre. Adesso è successo questo: Filippo vuole stare seduto vicino ad Alice ma lei non vuole. Quindi, come possiamo aiutare entrambi?”

Luca, che ha compreso subito il significato di quanto ho chiesto esclama: “Filippo può sedersi vicino a me. A me va bene.”

Il bambino lascia immediatamente il posto per cui aveva lottato e corre a sedersi fra Luca e Samuele che si allargano per fargli spazio.

“Ecco, bimbi, ricordatevi che i “no” li potete dire tutte le volte che volete”. Quando finisco la frase guardo le tre bambine.

Si tengono le mani, Alice mi sorride timidamente.

Una delle fatiche che è maggiormente presente nei bambini di oggi è quella del limite, del rispetto dei no. Di come genitori, educatori ed insegnanti possono fornire questi limiti ne parlo nell’articolo “I no ai bambini”. Qui, invece, affronteremo il tema del rispetto nei confronti dei “no” che ci danno loro.

Quando i genitori mi raccontano le difficoltà dei piccoli nell’accettare i limiti, io li invito a separare i “no” che loro hanno il diritto di esprimere da quelli che invece è importante sia l’adulto a definire.

Se è arrivato il momento di andare a casa, ad esempio, è compito del genitore mettere un limite al tempo di gioco anche se il desiderio del bambino è quello di rimanere a giocare. Al posto di chiedere “andiamo a casa?” suggerisco di affermare che è arrivata l’ora di andare a casa.

Quando però il bambino non vuole fare un gioco o non vuole essere preso in braccio, per esempio, quelli sono i “no” che riguardano lui ed è importante rispettarli.

Qualche anno fa sono diventata insegnante di Massaggio Infantile A.I.M.I. e una delle prime cose che mi hanno insegnato al corso è stata la “richiesta di permesso”. Prima di iniziare il massaggio, il genitore chiede al bambino se abbia voglia di essere toccato ed accarezzato. Anche quando i bimbi non sono in grado di esprimere verbalmente il proprio desiderio, hanno comunque la capacità di comunicare efficacemente la loro intenzione.

Al di là del gesto che diventa un rituale attraverso il quale il massaggio può iniziare, c’è un insegnamento che sottende quello scambio: il corpo del bambino riguarda lui ed è lui che sceglie se essere coccolato in quel momento oppure no. E questo riconoscimento della legittimità che la decisione spetta al piccolo, quando viene interiorizzato, si radica così profondamente che lo accompagnerà per tutta la vita. E questo lo aiuterà a diventare un adulto consapevole e rispettoso della propria dimensione corporea che è, intrinsecamente, dimensione emotiva.

Anche nel gioco che un bambino vuole fare deve essere presente alla base il rispetto per la scelta del gioco e per il modo in cui questo viene fatto. In psicomotricità ci sono delle regole che riguardano l’attenzione al proprio corpo e a quello degli altri che si manifestano concretamente nel non farsi male e nel non far male agli altri bambini. La scelta del gioco e il modo in cui questo si sviluppa spettano al bambino perché i bambini nel gioco imparano, crescono e ognuno ricerca spontaneamente quello di cui ha bisogno. Noi adulti possiamo accompagnarli, fare proposte, guidarli e sostenerli ma non possiamo sostituirci a loro.

La terza regola d’oro della psicomotricità è che non è possibile distruggere i giochi degli altri. Io spiego ai bambini che i giochi sono i loro sogni e tutti ci rimaniamo male quando qualcuno li distrugge. Ovviamente ognuno è libero di distruggere il gioco che ha costruito ma non può fare la stessa cosa con quelli creati dagli altri.

Anche nelle casette degli amici si può entrare solo se si ha il loro permesso.

All’interno delle regole che sono una rassicurazione per i piccoli, sia nell’ambito del gioco che del proprio corpo, permettiamo loro di decidere, di dire di sì o di no.

È importante dare spazio e accogliere i desideri dei bambini che spesso coincidono con i loro bisogni e questo principio si esplicita nel favorire questo rispetto anche tra i coetanei.

Molti di noi sono cresciuti con il principio che continuano a trasmettere secondo cui bisogna rinunciare ai propri desideri per far spazio a quelli degli altri.

Frasi come “dai, ma fallo entrare nella tua casetta”, “daglielo il tuo gioco che se no piange”, “dai un bacio alla mamma se no ci rimane male” non tengono conto dei bisogni dei bambini che vengono sovrastati da quelli di altre persone. A seconda della storia del bambino, del bisogno presente in quel particolare momento, delle dinamiche a cui è abituato e della sua sensibilità, possono essere vissute in diverso modo, dal leggero fastidio alla violenza.

È importante sottolineare, infine che i “no dei bambini” sono una delle strade intraprese per affermare la propria identità. Crescere significa anche definire la propria personalità che si differenzia da quella dei genitori e delle figure di riferimento.

La sperimentazione della propria individualità avviene anche attraverso l’opposizione. Nei periodi di grande cambiamento spesso i bambini manifestano il disaccordo ponendosi in netta opposizione a quanto espresso dai genitori.

È importante quindi trovare un equilibrio tra i limiti, che continuano ad essere fondamentali per accompagnare i bambini nel loro percorso di crescita, e il loro bisogno di affermarsi.

 

 

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