di Silene Garbarino, psicomotricista e docente di Percorsi formativi 06

 

 

Sono numerosi gli articoli che descrivono in modo chiaro e semplice quali strategie adottare per definire e applicare i limiti.

Sottolineano l’importanza di essere assertivi ma accoglienti rispetto alle fatiche dei bambini suggerendo ai genitori di dare un nome all’emozione dei piccoli che faticano ad accettare il “no” e di chiarire loro le motivazioni che portano a limitare un comportamento.

Spiegano l’importanza di utilizzare parole semplici che possano essere facilmente comprese e di come si possa trasformare una nuova regola in un’abitudine.

Propongono modalità interattive efficaci come quella di mettersi all’altezza dei bambini e guardarli negli occhi, offrire diverse possibilità di scelta rimanendo all’interno dei confini stabiliti dall’adulto e cercare di anticipare i possibili momenti di frustrazione e opposizione.

Affermano, infine, l’importanza di mantenere coerenza nel tempo e fra i diversi adulti che si prendono cura del bambino.

In questo articolo vorrei ricollegarmi ai concetti espressi in “Il disagio educativo: quando le fatiche dei bambini ci mettono in difficoltà” perché credo che per poter mettere in pratica tutti questi suggerimenti in modo efficace sia importante prima di tutto mettersi in contatto col proprio vissuto.

Mi capita spesso di seguire famiglie in cui le dinamiche dei limiti si siano inceppate e abbiano creato confusione, sia negli adulti che nei bambini.

In queste situazioni le dinamiche relazionali che non funzionano alimentano la difficoltà dei piccoli nell’accettare i “no”.

Quando il bambino porta una fatica, alle spalle, spesso, c’è quella del genitore.

Non è possibile aiutare gli adulti a definire i limiti se questi vengono vissuti negativamente.

Il tutto si può riassumere in una domanda: come mi sento quando dico di no al mio bambino?

Durante un colloquio con una famiglia in difficoltà ho proposto ai genitori di scrivere su dei cartoncini colorati tutte le parole che venivano loro in mente pensando al termine “regola” invitandoli a ricordare i momenti in cui mettevano  limiti al comportamento del proprio figlio.

Sono emersi termini quali “imposizione”, “controllo”, “che fatica!”, “pianto”, “opposizione”, “obbligo”, “costrizione”, “disagio”, “rabbia”.

Si è evidenziato molto chiaramente come la fatica risiedesse in loro ancora prima dell’interazione col bambino.

Il percorso che abbiamo fatto insieme li ha portati a rivalutare il concetto di “regola” o “limite”: solo in questo modo si sono sentiti a loro agio nel definire le cornici che avrebbero sostenuto il figlio nel suo percorso di crescita.

I confini che i genitori disegnano, se vissuti tranquillamente e con sicurezza da parte loro, sono una grande risorsa per i bambini perché possono muoversi in libertà all’interno di un contenitore che assicura loro protezione.

Pensiamo ad un bimbo che sta imparando a nuotare. Se gli impediamo di entrare in acqua non imparerà mai, ma se gli permettiamo di entrare senza nessun limite lo mettiamo in pericolo. Ecco che, allora, il confine che il genitore prepara per lui sta nella regola che si può entrare in acqua solo con l’adulto, o con i braccioli o che deve rimanere dove tocca. Ovviamente questi confini si modificano a seconda dell’età e delle competenze del bambino.

Così il limite diventa un contenitore rassicurante che porta con sé, nella sua stessa definizione e applicazione, la certezza che in quell’adulto sia possibile trovare sicurezza e prevedibilità.

Aucouturier definisce le regole “un abbraccio d’amore” a sottolineare il fatto che ciò che muove il comportamento del genitore è il desiderio che il proprio figlio possa sentirsi sicuro e amato tra le braccia che lo circondano assicurandogli al contempo libertà e sicurezza.

Se il bambino sa cosa ci si aspetta dal suo comportamento e cosa può aspettarsi dall’adulto, le regole diventano abitudini.

Naturalmente, nel corso della crescita i confini si allargheranno per lasciare maggior spazio alla libertà e all’autonomia e questo processo è possibile proprio perché il bambino avrà ormai interiorizzato tutta una serie di comportamenti che gli permetteranno di aver meno bisogno del contenitore esterno.

Spesso, però, i genitori pensano che questa risorsa sia interiorizzata precocemente e si aspettano che il piccolo, in modo autonomo, sia in grado di adeguare il proprio comportamento alle diverse situazioni.

Ricordo di una mamma che, come esempio della fatica della sua bimba di quattro anni nell’accettare i limiti, mi raccontò che frequentemente al mattino era costretta a farla uscire senza scarpe perché la piccola non voleva metterle.

Quando le ho chiesto di descrivermi la dinamica che si creava in quei momenti mi disse che dopo che l’aveva aiutata a vestirsi, le chiedeva: “adesso mettiamo le scarpine?” e la bambina prontamente rispondeva di “no”. A questo scambio seguivano diversi minuti in cui la mamma cercava di convincerla ad accogliere la sua proposta mentre la piccola continuava a sostenere il suo no ridendo. Mentre per la madre quel momento della giornata era diventato motivo di frustrazione, per la figlia era un gioco divertente.

In questo esempio, il limite c’è ma è stabilito dalla bambina.

Il genitore spera che la piccola autonomamente faccia delle scelte consone alla situazione e se non si rivela in grado di farle, è lui che si adegua al desiderio della figlia di uscire senza scarpe.

E allora bisogna capire con la mamma quali motivazioni la portino a chiederle se vuole o no mettersi le scarpe al posto di dire, ad esempio, “è ora di mettere le scarpe, vuoi quelle blu o quelle nere?” oppure “ti ho preparato le scarpe vicino alla porta. Vuoi provare a metterle da sola?”

I confini che l’adulto definisce separano la possibilità di scelta del bambino da ciò che viene stabilito da chi si prende cura di lui.

È importante favorire l’autonomia all’interno di una cornice più ampia che a noi deve essere chiara.

Quando c’è una sovrapposizione di questi due mondi, si crea una confusione che può manifestarsi attraverso rabbia, ansia o disagio.

Con una famiglia, ad esempio, i mondi non solo si erano solo sovrapposti ma si stavano invertendo. Il bambino decideva quale genitore avrebbe guidato la macchina quel giorno o a che ora andare a dormire la sera, mentre i genitori erano intrusivi nei suoi giochi. Quando era interessato al trenino, ad esempio, insistevano per portarlo verso il gioco delle costruzioni considerato più utile al suo sviluppo cognitivo oppure richiedevano gli abbracci quando era chiaro che per lui in quel momento fosse una forzatura.

Con questa famiglia abbiamo ridefinito i confini e ognuno ha potuto trovare il proprio posto.

In tutte e tre le storie raccontate c’è una difficoltà nel fornire una cornice che certo limita ma, al contempo, favorisce l’esplorazione, la crescita e l’autonomia.

Quando noi adulti ci sentiamo in difficoltà nella definizione di questo contenitore emotivo e comportamentale, vale la pena interrogarci su cosa faccia scattare in noi quella particolare sensazione che si trasforma in una dinamica disfunzionale quando entriamo in relazione con l’altro. Potrebbe essere, ad esempio, la difficoltà nel gestire i conflitti oppure il disagio nel sentire su di noi la frustrazione del bambino.

E allora, prima ancora di interrogarci su come fornire questo contenitore, mettiamoci in ascolto di come ci sentiamo perché, partendo da lì, tutto il resto sarà in discesa.

 

 

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