di Alice Rampa, educatrice, pedagogista

E a volte una parola si impone

con la potenza di un seme che si schiude.

Parola embrione.

Dal greco en-bryein: “fiorire dentro”.

Olivia Valentine

 

 

Ci sono due modi per passeggiare in un bosco. Nel primo modo ci si muove per tentare una o più strade per uscirne al più presto. Nel secondo modo ci si muove per capire come sia fatto il bosco, e perché certi sentieri siano accessibili e altri no.” (Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi)

Io sono una profana, faccio subito outing per non accendere aspettative cui non potrei rispondere. Insomma, siamo di fronte ad un bosco, tutti insieme, e insieme affronteremo sfide e sentieri più o meno impervi.

Tutti pronti? Andiamo! 

Siamo noi e la nostra macchina fotografica. Questo è il punto di partenza. 

Ora apriamo lo sguardo.

Non siamo soli, intorno a noi si sviluppano situazioni e si muovono altre persone. Ci sono continuamente movimenti e cambi di prospettiva. 

Poi succede qualcosa, c’è un momento in cui sentiamo il bisogno, la voglia, la necessità o l’interesse, la curiosità di scattare una foto. 

Ma… sono tanti i motivi per cui si sceglie di scattare una foto, proprio quella foto. Cosa ci fa decidere di impugnare la macchina fotografica, inquadrare proprio quel particolare e scattare?

 

 

Vedo che sta succedendo qualcosa qualcosa che voglio registrare, stabilisco un’intenzione, la macchina diventa uno strumento guidato dalla mente che media tra la mia intenzione, la mia azione di scattare la foto e il centro/punto della mia attenzione (Moran/Tegano).

Intenzione, un termine da cui è impossibile prescindere nel lavoro educativo che si impone come altrettanto fondamentale parlando di fotografia.

Non esiste gesto, azione senza intenzione.

Ora quello che possiamo focalizzare è il tipo di intenzione che guida la scelta di quel preciso scatto e quello che intendiamo comunicare con quella foto.

La fotografia non ha un linguaggio proprio. Il linguaggio della fotografia è quello degli eventi. La sola decisione che può prendere un fotografo riguarda l’istante che sceglie di isolare. Una fotografia è già un messaggio sull’evento che registra: ho deciso che quel che sto vedendo merita di essere registrato. (Berger)

Aggiungiamo un elemento: il linguaggio della fotografia.

C’è un’intenzione che mi accompagna nella selezione dell’istante da fermare ed è necessario prendere atto del fatto che questa selezione ci dice già qualcosa, sicuramente che per noi quella selezione aveva un significato.

Nel mio percorso ramingo, però, mi sono trovata più volte a soffermarmi sull’importanza delle foto in contesto educativo… cosa significa? Insomma, mi sono chiesta perché si fotografa, con quale obiettivo, che messaggio si vuole trasmettere.

Già, che messaggio vogliamo trasmettere con una foto… arrivare a questo punto porta con sé un’ulteriore affondo. È davvero possibile, in educazione, trasmettere un messaggio semplicemente con una foto?

Facciamo un esperimento?

Ok, pronti?

Ecco una foto…

Attenzione, attenzione, la questione si fa seria e spinosa.

Una foto, un bambino al centro per mano a due adulti che stanno ai suoi lati.

Un genio della creatività intesa nel senso più puro del termine, più infantile (ovviamente non in senso di semplice) che si possa immaginare, Bruno Munari.

Quale didascalia? Cosa potrebbe venirci in mente?

Ed ecco che bastano poche parole per ribaltare quello che potevamo aver inizialmente pensato.

Quale effetto ha sui destinatari questo sbilanciamento tra l’immagine e le parole che la accompagnano? E mi verrebbe da chiedermi… quanto è importante, se non fondamentale, riflettere in principio sui destinatari delle immagini? Che impatto può avere, sui bambini, una didascalia che non descrive semplicemente quello che vedono ma porta una rottura e un racconto diverso?

E sugli adulti? Che effetto fa sugli adulti l’esperimento che fa Munari nel suo celebre Cicci Cocco?

Ed ecco che è il momento di “uscire dall’ombra” e tuffarsi… tra le pieghe di questo discorso, e lo faccio con un libro che amo molto.

Foto e didascalie che raccontano di un viaggio, un progetto che prende forma.

Un altro libro, tutt’altro stile, tutt’altro esperimento. Eppure… eppure emerge anche questa volta l’impossibilità di slegare foto e testo per renderle parte di un progetto più grande.

Quel legame stretto che emerge anche negli albi illustrati tra testo e immagine, quell’impossibilità di assegnare la priorità di un linguaggio sull’altro si concretizza anche parlando di fotografia e didascalie.

In questo caso, quello particolare del libro da cui sono tratte queste pagine, ci si immagina il viaggio durante i 9  mesi di attesa dalla parte della mamma e da quella del bambino. 9 mesi in aria e in acqua.

9 mesi che sono raccontati attraverso immagini e parole potenti, potenza che si può manifestare proprio grazie all’unione dei due linguaggi .

E, nella vita, il significato non è istantaneo. Viene scoperto perché connette, e non può esistere senza sviluppo. Senza una storia, senza uno svolgimento, non si dà significato. (Berger)

Trovo questa definizione così “piena”. Nessun evento nella nostra vita, preso singolarmente e tolto da contesto e connessioni, ha senso in sé.

Quello che permette ai singoli accadimenti, ai singoli fotogrammi della nostra vita di avere un significato sono le relazioni con tutti gli altri fotogrammi, con chi condivide con noi quei momenti, è il racconto che noi stessi facciamo intorno a quegli stessi accadimenti.

Connessioni e svolgimento, movimento, racconto di una storia sono gli elementi che permettono di aprire anche all’esterno, all’Altro il senso della nostra vita, dei momenti che la scandiscono.

Parlavamo di connessioni? Le vedete anche voi, vero? Così come gli istanti della nostra vita necessitano di un racconto che li tenga insieme, che dia loro senso, lo stesso accade ai nostri scatti, anche quando fatti in ambito educativo.

Tornano ancora una volta quelle domande che ci siamo posti inizialmente. Perché fotografiamo in campo educativo? Per chi fotografiamo? Cosa vogliamo raccontare con le nostre fotografie?

Inoltre, analizzare le fotografie cercando di capirne il funzionamento, tenendo conto della loro natura simbolica ed astratta, cercare di decifrarne il perché, il come, il cosa, confrontando punti di vista plurimi, è un’operazione al contempo relazionale ed educativa, che mette in moto processi collettivi di tipo culturale. (vedi M.Cecotti, Fotografare i bambini, in Bambini, n.5/2016, pp. 55-59).

Cosa vogliamo raccontare. Già, perché una foto non vale per quello che è, semplicemente. Da sola è “semplicemente” un fotogramma congelato, di qualcosa che è successo e stava per diventare altro.

La parola si impone con forza: permette a quel fotogramma di tornare ad essere parte di un processo e di una storia. Permette a chi l’ha scattato di rendere visibili le motivazioni che l’hanno spinto a scattare proprio quella foto, per comunicare proprio quel messaggio. Permette a chi lo guarda di poter entrare nel fluire degli eventi entro cui è emerso quel momento, per andare oltre il visibile.

Permette nuove connessioni tra quella foto, chi l’ha scattata e chi la guarda.

E non è importante solo la parola scritta, fondamentale è anche il racconto orale che permette ai bambini di rivivere i momenti fissati nelle foto che li ritraggono nel loro fare.

“Di tutti i significanti è il più ambiguo: non è un segno, non un indizio, non un simbolo. l’immagine è un simulacro: nello stesso tempo presentazione e rappresentazione, un oggetto e la simulazione di un altro oggetto. È perciò una quasi presenza. Uso l’avverbio quasi per sottolineare il suo carattere soggettivo, emotivo. È meno impegnativo cancellare il nome di qualcuno che strapparne la fotografia. Come se sopravvivessero in noi credenze magiche di appartenenza [del soggetto fotografato]. (Zazzo)