di Letizia Cerrelli e il team del nido Il Girasole 

 

 

C’è una cosa che rimprovero sempre a me stessa: FARE PRIMA DI PENSARE. E ogni volta mi riprometto di stare più attenta ma poi ci ricasco!

“Ma no Lety, si procede al contrario: prima pensare e poi agire”.

Niente, proprio non mi entra in testa. Il mio conoscere deve necessariamente passare prima dal fare. In questo sono rimasta bambina.

Il mio rapporto con le Loose Parts ha seguito lo stesso percorso. Nel 2018 un’amica mi parla di REMIDA Milano, il centro per il riuso creativo dei materiali di scarto aziendale all’interno del MUBA. Mi affascina e decido di partecipare ad un laboratorio insieme a mia figlia, che all’epoca aveva 4 anni. È stato amore a prima vista: quel laboratorio mi travolge, mi riempie di stupore e voglia di fare. Decido immediatamente di dedicare uno spazio del mio nido alla creazione di un piccolo laboratorio ispirato a REMIDA. Chiedo materiali ad amici e parenti, scrivo annunci e richieste sui gruppi Facebook di paese, e in men che non si dica la parete dei miei desideri è pronta! Iniziano i giochi: offriamo il materiale ai bimbi, e nascono meraviglie! Siamo colpite e decidiamo di cercare qualche formazione che ci aiuti ad approfondire il nostro interesse.

Nel 2019 conosciamo PF06, e da lì tutto cambia… il nido inizia un processo di trasformazione tuttora in corso. Percorsiformativi06 da diversi anni propone formazioni sull’utilizzo del materiale destrutturato e, a gennaio 2021, decido di iscrivermi alla formazione online in otto incontri: “Arte effimera e loose parts per valorizzare la creatività infantile”. Daniela Corradi ed Ilenia Schioppetti, insieme a diverse altre ospiti conducono gli incontri.

Nel secondo incontro Daniela Corradi fa una ricostruzione storica a partire dall’analisi del pensiero di Simon Nicholson e della sua Teoria delle Loose Parts. Avevo già letto qualcosa a riguardo, ma non mi ero mai presa il tempo di approfondire (torniamo al punto, prima faccio e poi penso). Daniela racconta che per Nicholson tutti nasciamo creativi  “tuttavia il sistema sociale e culturale non solo non ci ha permesso di sviluppare questa creatività ma ci ha ripetuto come un mantra che non abbiamo talento così che noi ci abbiamo creduto e abbiamo rinunciato ad averlo. E questo è funzionale, come direbbe anche Ken Robinson, ad un certo tipo di società che ha bisogno di individui da plasmare per inserirli negli ingranaggi del sistema in modo che non diano troppi problemi. Ne consegue che la maggior parte delle persone, afferma Nicholson, è costretta a vivere in contesti dove cresce deprivata della possibilità di agire, di giocare, di sperimentare, di scoprire, di inventare e di divertirsi con un’ampia quantità e gamma di variabili del mondo che per lui sono, appunto, le Loose Parts (D.Corradi, dalla sbobinatura del corso)

Decido che è arrivato il momento di fermarmi a riflettere: cerco l’articolo di Nicholson e con l’aiuto di due amiche provo a tradurlo. Nicholson con una semplicità disarmante esprime quanto “i bambini sappiano fare se li lasciamo fare”. È semplice e diretto, a tratti sarcastico, e per questo, secondo me, molto efficace.

Questo passaggio mi colpisce:

la creatività -giocare con le componenti e le variabili del mondo per sperimentare e scoprire cose nuove e creare nuovi concetti- è stata dichiarata esplicitamente dominio della minoranza creativa, lasciando il resto della comunità privato di una parte cruciale di attività e vita. Ciò è particolarmente vero per i bambini piccoli che trovano un mondo incredibilmente restrittivo, un mondo in cui non possono giocare con i materiali per costruire e creare, o giocare con fluidi, acqua, fuoco o oggetti viventi o qualsiasi altra cosa che soddisfi la curiosità e dia loro il piacere che deriva dalla scoperta e dall’invenzione (S.Nicholson, 1971)

Penso che noi adulti siamo spesso restrittivi verso i bambini, li priviamo di preziose possibilità, gli impediamo di soddisfare la propria curiosità e di provare il piacere della scoperta e dell’invenzione. E nel fare tutto questo, sottolinea Nicholson, ci convinciamo di fare quel che è meglio per loro. Ma se ripensiamo alla nostra infanzia, a cosa amavamo fare, ai giochi che più ci davano gioia e soddisfazione, ci rendiamo conto di quanto questo modo di giocare e creare non sia solo divertente, ma è anche il miglior modo di apprendere ed imparare.

Cosa fare quindi? Nicholson propone un programma in quattro fasi di cui qui riportiamo alcuni nodi che ci sembrano particolarmente interessanti. Innanzitutto il riferimento alla necessità di ripensare, con massima priorità, ai contesti in cui sono presenti bambini, perché quando un adulto progetta uno spazio troppo pulito, statico, rigido ovvero con possibilità predefinite all’interno delle quali il bambino deve stare, eseguendo istruzioni altrui, è come se gli rubasse la creatività.  Di conseguenza, è importante che i bambini possano contribuire alla progettazione e ridefinizione dei loro luoghi di gioco, che devono poter essere luoghi dinamici, luoghi in cui l’evoluzione segue i loro interessi e bisogni. Interessante anche la proposta di un approccio interdisciplinare al curriculum scolastico, che abbandona le distinzioni tra gioco e lavoro, arte e scienza, svago ed educazione, e integra i contesti indoor ed outdoor. Infine, abbiamo bisogno, dice Nicholson, di raccogliere e diffondere dati, osservazioni e informazioni sugli spazi dei bambini in relazione alla loro crescita ed educazione e, in particolare, sulle interazioni tra bambini, spazi e Loose Parts. E’ un invito, quello di Nicholson, a fare ricerca e cultura sul tema.

Qui ci vuole una rivoluzione, quella di cui si parla spesso nella grande comunità di PF06. Una rivoluzione consapevole, basata su quello che sappiamo dei bambini, oggi più di ieri. Le neuroscienze e gli studi di psicologia dello sviluppo, come spiega Alice Gabbrielli in uno degli otto incontri del corso, ci dicono quanto Nicholson avesse ragione, quanto le sue parole siano vere.

E allora avanti tutta… la rivoluzione è appena iniziata!

 

 

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