di Silvia Iaccarino, formatrice e psicomotricista

 

 

“Non sono creduta/o”

“Non mi sento ascoltata/o, non sento empatia”

“Non mi sento valorizzata/o – non sento valorizzato il mio lavoro”

“Non mi sento presa/o in considerazione”

“Non mi sento presa/o sul serio”

 

Queste e altre simili le parole che talvolta ascoltiamo da parte di educatrici, educatori e insegnanti di nido e scuola dell’infanzia in supervisione, riferendosi al lavoro con i genitori dei bambini di cui si occupano.

Quale bisogno principale troviamo qui espresso?

Sostanzialmente è in evidenza il bisogno di riconoscimento.

Sentirsi riconosciuti e valorizzati è un bisogno che appartiene a tutti gli umani, a qualsiasi età. E’ normale, è naturale.

La questione che qui vorrei porre all’attenzione riguarda quanto tale bisogno, come professionisti dell’educazione, possiamo aspettarci ragionevolmente che venga incontrato dalle famiglie con cui ci rapportiamo quotidianamente.

Infatti, come evidenziano anche gli Orientamenti 03 riferendosi al rapporto con i genitori: “non è sempre facile per gli educatori tenere vivo il dialogo, mantenere un atteggiamento empatico, spiegare senza impazienza, non manifestare fastidio perché́ non si condividono comportamenti e abitudini o perché́ ci si sente poco riconosciuti.”

In questa affermazione voglio sottolineare la scelta accurata delle parole: “ci si sente poco riconosciuti” che è diverso da “non si viene riconosciuti”. Nel “ci si sente poco riconosciuti” si pone l’accento sul vissuto del professionista. E, dunque, il genitore davvero non ci sta “prendendo sul serio etc etc” o quello è l’effetto che fa su di noi un certo tipo di modalità relazionale? Ovvero stiamo prendendo noi sul personale qualcosa che, di fatto, non è detto che sia rivolto direttamente a noi?

E’ fondamentale, a mio avviso, porsi queste domande. Non possiamo prescindere dalle nostre personalissime lenti nell’interpretare il significato dei comportamenti altrui. E nel modo in cui leggiamo ciò che gli altri ci portano, mettiamo noi stessi, la nostra esperienza, la nostra storia, le nostre risonanze, ferite, insicurezze, fatiche e non solo i nostri talenti, punti di forza e, in questo caso specifico, professionalità. Siamo umani. Siamo persone a tutto tondo e non a compartimenti stagni. Non possiamo fare a meno di colorare del nostro personale senso gli input che ci arrivano dal mondo, di qualsiasi natura siano.

E allora nel rispondere alle domande di cui sopra, possiamo considerare che la nostra reazione parla di noi.  Se “non ci sentiamo riconosciuti etc” ciò può significare che nostre parti insicure vanno in risonanza, perché hanno bisogno di conferma e riconoscimento dall’esterno e se tale conferma non arriva così come la desideriamo e ce la aspettiamo, ci sentiamo svalutati, impotenti, frustrati.

Ma questo è affare nostro, non dei genitori con cui ci relazioniamo nei nostri servizi e scuole. Non sta al genitore “fuori” darci conferma e riconoscimento. Sta a noi vivere e abitare questa dimensione di valore. Riguarda il nostro rapporto con noi stessi, con le nostre parti interiori, anche e soprattutto, da un lato, con quella parte Bambina che ancora attende di sentirsi vista, accolta, legittimata e, dall’altro, con quella parte Genitore Interno, che non vede, non accoglie e non legittima del tutto o abbastanza.

Potremmo provare a cambiare la narrazione. Potremmo provare a dirci: “Io valgo. E se mi sento fragile su alcuni aspetti, ci lavoro”. Da una posizione Adulta, respons-abile, centrata, consapevole.

Inoltre, utilizzando la metafora dell’iceberg, possiamo considerare il comportamento dei genitori con cui ci relazioniamo (e non solo) come la parte visibile di qualcosa di più profondo:  sotto l’acqua c’è altro che ci parla di quella persona e di cosa si muove nel suo modo interiore. Potremmo allora fare un atto di decentramento da noi stesse/i, grazie a consapevolezza e centratura, e chiederci: cosa ci sta dicendo questa mamma/questo papà? Di che cosa ha timore? Di cosa ha bisogno? Cosa gli si muove dentro? Quali sono i suoi bisogni all’interno della relazione? Di quali rassicurazioni necessita?

Starebbe a noi, anche in un lavoro collegiale, interrogarci sul senso e significato di quel comportamento che, di fatto, è un messaggio in codice da tradurre e che tipicamente molto raramente parla di noi in modo personale ma, piuttosto, ci parla di quella mamma, di quel papà e dei loro bisogni e vissuti.

Quanto, come professionisti, siamo in grado di decentrarci per cogliere, ascoltare e rispondere con competenza e professionalità, andando oltre il giudizio e/o il pregiudizio? Quanto siamo in grado di sospendere il giudizio per provare a comprendere più in profondità, senza guardare tutto in modo “letterale” e “personale”? Quanto siamo in grado di mettere in parentesi le nostre risonanze per guardare l’altro nel qui e ora, tentando di sentire ciò che ci sta dicendo di sé (e non di noi)?

Questa capacità riflessiva fa tanto parte della nostra competenza professionale, nutrendo il nostro “saper essere” tanto quanto il nostro sapere e saper fare pedagogicamente orientato. Non è questione marginale, perché nidi e scuole dell’infanzia sono strutture al Servizio (nel senso più alto e denso del termine) di genitori e bambini e non entità autoreferenziali orientate al soddisfacimento dei propri bisogni in modo prioritario.

Come evidenziano ancora gli Orientamenti 03 “i genitori non sono clienti, né meri fruitori di un servizio. Sono portatori di attese, di visioni educative e di progetti di vita che incontrano il servizio educativo, e il progetto proposto, in molti modi diversi” e  “la pluralità dei contesti familiari chiede una grande attenzione, sensibilità, sospensione dei propri pregiudizi, capacità di ascolto autentico, disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze.”

I professionisti dell’educazione dovrebbero stimare “i genitori come interlocutori attivi e competenti (…) considerando degne di ascolto e di interesse le esperienze, le credenze e le competenze che ciascuna famiglia porta” (Orientamenti 03).

E’ necessario dunque, a mio avviso, potersi avviare lungo un sentiero professionale che sia anche di ricerca personale, per conoscere più profondamente sé stessi e cogliere quelle sfumature che ci portano a risuonare con fatica, affinché sia possibile, via via, possedere e trasformare noi stessi e così crescere e maturare in saggezza, centratura, empatia ed accoglienza, di sé e dell’Altro da sé.

 

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