di Jessica Omizzolo, docente di Percorsi formativi 06, coordinatrice di servizi 06

 

 

 

Sempre più spesso, in educazione, sentiamo il bisogno di trattare il tema delle emozioni, sempre più spesso proviamo ad imbrigliare quest’area ampia, ricca e densa in progetti strutturati e calati dall’alto, avvalendoci di libri, colori sgargianti, travestimenti, lupi.

Cercherò di raccontarvi perché penso che questa via rassicuri molto noi ma sia ben poco utile per i bambini e le bambine.

Parafrasando R. Bosi (2015) possiamo affermare che la pedagogia nello 0-6 è la pedagogia delle emozioni:

  • da un lato la centralità dell’emozione nel rapporto educativo (educare con le emozioni)
  • dall’altro l’educazione emotiva del bambino (educare alle emozioni).

 

Bisogna provare a non fraintendere, soprattutto il secondo punto. Educare il bambino alle emozioni non significa inserirgliele dentro. Lo esprime bene la parola educare.

I bambini sentono, e sentono molto fortemente (l’albo illustrato Nino, ed. Logos, ce lo spiega in modo potente e chiarissimo riassumendo le principali teorie psicologiche a riguardo).

Per educare con le emozioni  “si intende la consapevolezza della funzione delle emozioni personali nella relazione educativa e la considerazione, il rispetto, l’attenzione e la cura dello stato emotivo del bambino, anche di quello più incomprensibile, la sua accoglienza e contenimento” (Bosi R.).

E, aggiungo io, del rispecchiamento in funzione alfa. Ossia la capacità dell’educatore di farsi carico di distinguere le proprie emozioni da quelle del bambino, accogliere queste ultime e provare a rimandarle al bambino arricchite di una traduzione possibile: “mi sembri arrabbiato in questo momento”.

Al nido, ma anche alla scuola dell’infanzia, è una delle funzioni primarie dell’adulto che, risolto e consapevole, si pone in relazione non – solo – come persona ma come professionista capace di sospendere giudizi, pregiudizi, precostituite immagini legate alle emozioni dell’altro e lavora per “fare spazio” dentro di sé (nella pancia) , ascoltando l’altro, cercando di intuire (nella testa, cognitivamente) quello che sta accadendo e provando a trovare parole (nello sguardo, nella bocca) di traduzione per rimandare all’altro le sue emozioni, la sua esperienza digerita e arricchita da una traduzione competente. Questo per supportare il bambino nel processo di nominazione della sua esperienza interiore. Esperienza, nota bene, che contiene in sé un indistinto miscuglio di esperienze tattili, emotive, cognitive…

Perché è così che possiamo e sappiamo vivere: facciamo esperienza sentendo, viviamo sentendo. Emozione e cognizione, emozione e sensi non sono scindibili (ce lo spiega bene la prof.ssa Lucangeli).

 

Cosa comporta a livello pratico questa consapevolezza?

Che è impossibile (e forse inutile?) costruire progetti SULLE emozioni che siano efficaci. Ogni atto della vita ed educativo è intriso DI emozioni e allora la saggia via è quella di lavorare CON le emozioni, PER sostenerle, verbalizzarle, poterle sentirle senza censure, esprimere senza paure o critiche.

È un processo molto più complesso (ma sicuramente più professionalmente coerente e soddisfacente), forse, rispetto a quello di programmare dall’alto una serie di esperienze legate per esempio ad un libro o ai colori (o entrambi) che trattino le emozioni una per una, mese per mese, colore dopo colore, pre-ordinariamente deciso dall’alto dagli adulti.

Una proposta così fortemente strutturata è da un lato inefficace e dall’altro pericolosa per diversi motivi:

  • Rischia di convincerci che abbiamo fatto un buon lavoro e insegnato ai bambini qualcosa sul tema;
  • Rischia di farci perdere di vista le emozioni reali, intrise nelle esperienze dei bambini/e veri;
  • Rischia di confinare in categorie (di nome e colore) qualcosa che è nell’ordine dell’infinita sfumatura. Non solo limitando il linguaggio ma anche il pensare e il sentire (il linguaggio costruisce la possibilità di pensare a quello che si sente, si esperisce, si prova. Se offriamo poche parole per dire, poche categorie per sentire, poche e limitate possibilità di esprimere sfumature…piano piano limiteremo anche il pensare e il sentire. Un esempio pratico? Lo dico sempre: ci lamentiamo che i maschi hanno poca sensibilità emotiva, capiscono poco di emozioni e ne parlano anche meno. È una costruzione sociale di un ruolo al quale contribuiamo anche noi quando invitiamo i bambini a non piangere, quando diciamo loro che ci sono solo quattro emozioni e quattro colori per definirle, quando ci ostiniamo a limitare le possibilità);
  • Rischia di limitare il nostro ruolo e-ducativo ad uno di animazione divertente e isolata che non solo affonda poco nell’apprendimento di una certa autoconsapevolezza ma anche mortifica il valore delle emozioni, e il nostro ruolo.

 

Proviamo a pensare per un attimo da adulti: forse avete figli o nipoti. Forse sono abbastanza grandi, o lo saranno presto. Avete pensato a quando, per lavoro o per studio, sceglieranno di trasferirsi molto lontani da voi? Quali sono le emozioni che sentirete? Probabilmente sarete al tempo stesso orgogliosi, felici, ma anche tristi e un po’ abbattuti. No?

Ecco…in che modo questo miscuglio emotivo può essere tradotto in un colore?

 

Ora mi chiederete “e allora in pratica cosa devo fare?”

 

Proviamo a delineare delle piste:

  • Fare un lavoro individuale (importante e profondo all’inizio, continuo in servizio poi) di autoconsapevolezza. Per sostenere e sviluppare la competenza emotiva personale: cosa sento? Come lo sento? Che nome ha quel che sento? Cosa mi fa male? Cosa mi da fastidio? E’ importante, vitale e fondamentale. Ognuno di noi ha le proprie ferite, la propria corazza tonica, i propri punti deboli. Ognuno di questi verrà messo in risalto dallo sguardo analogico dei bambini. Se non è risolto ci metterà in difficoltà e a rischio professionale. Se non conosciamo profondamente noi stessi, i nostri limiti, se non ci prendiamo cura delle nostre ferite sarà inevitabile che vengano sollecitate in educazione. I bambini non ci provocano, ci leggono; 
  • Fare chiarezza in equipe sulle grammatiche individuali, costruire percorsi di scambio e verbalizzazione delle situazioni che accadono. Progettare strumenti di osservazione, soprattutto incrociate, e scambiarsi sguardi in equipe;
  • Lavorare con i bambini tenendo sempre a mente che TUTTO È EMOZIONE, ragion per cui ogni occasione è buona per parlarne, verbalizzarla, coinvolgerla nel gioco, trovarle spazio e anche risoluzione.

 

Un esempio: un bimbo gioca con un barattolo, è molto interessato e concentrato e non si accorge che una sua piccola compagna arriva con decisione per prenderglielo di mano. Il bimbo, ridestato dal suo stato di concentrazione a causa della delusione, piange. Cosa facciamo per lavorare CON le emozioni? Proviamo ad ascoltare prima di tutto quali sono quelle che si sono mosse nella scena, e cerchiamo di tenerle dentro e trovare, se è il caso parole (non sempre sono necessarie, a volte basta uno sguardo di supporto e consolazione per far capire al bambino che gli siamo vicine e che abbiamo com-preso…). Possiamo per esempio dire: “Uh Paolo ci sei rimasto molto male vero? Eri così concentrato. Forse ad Alessia piaceva tanto il tuo barattolo per questo ha voluto vederlo…” ecc.

Teniamo così insieme, nello spazio transizionale della stanza educativa, tutti e tutte le NOSTRE emozioni e così costruiamo un percorso educativo, di consapevolezza, verbalizzazione, ma anche comprensione, accoglienza senza giudizio e condivisione. Ci siamo anche noi, anche noi sentiamo, ed è bello che i bambini lo sappiamo.

Se poi vi va di divertirvi, alla scuola dell’infanzia anche offrendo la macchina fotografica ai bambini, può essere di grande aiuto e divertimento costruire degli inventari delle emozioni con le foto di tutti i bimbi e degli adulti, anche quelli di casa. E giocare allo specchio a fare le facce buffe (un albo dal medesimo titolo ci aiuta, ma anche Emozioni di Mies Van Hout).

E come mostriamo che abbiamo lavorato tanto su questo tema? Abbiamo tra le frecce al nostro arco la  DOCUMENTAZIONE processuale. Molto lontana dai progetti preconfezionati e dai lavoretti e dall’uso didattico delle emozioni.

Siamo emozioni, viviamo di esse, forse cavalcarle è il miglior modo di conoscerle senza confinarle o “banalizzarle”.

E non diteci “ma ai bambini piace”, che loro se ci vedono felici, sorridono, lo fanno per noi. (E si metta a verbale che a loro piace anche la crema di cioccolato, ma nel nostro ruolo educativo sappiamo bene che non possiamo dargliela per pranzo, no?).

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Bosi R., Pedagogia al nido. Sentimenti e relazioni, Carocci Editore, 2013.

Gamelli I., Pedagogia del corpo, Raffaello cortina editore, 2011.

Gamelli I., Non solo parole. Corpo e narrazione nell’educazione e nella cura, Raffaello cortina editore, 2019.

Galiardini A.L. (a cura di), L’educazione al nido. Pratiche e relazioni, Carocci, 2019.

Goleman D., Intelligenza emotiva, Rizzoli, 2015.

Lucangeli D., Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere, Erikson, 2019.

Nicolodi G., Il disagio educativo all’asilo e alla scuola dell’infanzia, Franco Angeli, 2016.

Racalbuto A., Tra il fare e il dire. L’esperienza dell’inconscio e del non verbale in psicoanalisi, Raffaello Cortina editore, 1996

 

 

 

 

 

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