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di Silvia Iaccarino

 

 

 

Coloro che si occupano di bambini piccoli, tanto genitori quanto educatori, osservano tipicamente in essi modalità differenti nell’approcciare le diverse situazioni e di reagire alle stesse ed agli stimoli, così come modi diversi di comportarsi.

Spesso si sente dire che il bambino o la bambina “ha un carattere forte” o, al contrario, che “è timida/timido”.

I genitori, le mamme in particolare, possono affermare che già da quando il bimbo o la bimba era in utero “aveva un bel caratterino”, o “era molto tranquilla” e così via…

Nelle affermazioni esemplificate (ma mille altre se ne potrebbero riportare) ciò che viene evidenziato dagli adulti è che il bambino ha un suo modo particolare di essere e di agire, fin dal periodo prenatale. Ciò che però solitamente accade è che questo viene identificato come “carattere”, quando invece in età precoce dovremmo più tecnicamente parlare di “temperamento”.

Di cosa si tratta?

Il temperamento viene descritto come lo stile comportamentale dell’individuo, ovvero riguarda il modo in cui il soggetto si approccia al mondo ed alle situazioni, ovvero ancora il come fa quello che fa.

Secondo Thomas  Chess (tra i principali studiosi sull’argomento), per temperamento “intendiamo un termine generale, connesso al come un individuo si comporta e che si distingue sia dall’abilità, che descrive che cosa e quanto bene fa qualcosa, sia dalla motivazione, che ci dice perché fa quello che sta facendo”.

Secondo Prior il temperamento è un insieme di “differenze individuali nella capacità di autoregolare attenzione, emozioni e comportamento, unito al relativo livello di reattività emotiva. Queste due caratteristiche conferiscono a ciascuno  la propria individualità“. 

Carey lo definisce come “il modo caratteristico in cui l’individuo percepisce e risponde all’ambiente interno ed esterno“.

Possiamo anche definire il temperamento “in termini di differenze individuali nelle tendenze comportamentali, radicate nella biologia e presenti precocemente in infanzia, tendenze che rimangono relativamente stabili nel corso del tempo e in vari tipi di situazioni” (in Arace A., “La psicologia della prima infanzia”, Mondadori).

Sostanzialmente il temperamento è un tratto innato del nostro essere, a base biologica, quindi per lo più ereditaria, che ci porta a sentire, interagire, reagire emotivamente, interpretare l’ambiente e gli stimoli in un modo piuttosto che in un altro. E’ un tratto costituzionale, che riguarda il modo in cui “funzioniamo” nel mondo.

Oltre alla genetica, sul temperamento inciderebbe anche il periodo prenatale, per cui sembra che fattori socioculturali avversi durante la gravidanza possano influire sul tipo di tratto temperamentale che poi il nascituro manifesterà. Su questo punto, gli studi sono ancora in corso, ma sembrano confermare questa ipotesi.

Il temperamento, pertanto, è lo stile con cui l’individuo si rapporta, di base, con il mondo, in senso ampio, fin dai primi istanti di vita. Non è ancora, quindi, il carattere (nell’accezione comune con cui lo intendiamo), il quale si forma nella interazione tra il temperamento e l’ambiente, quest’ultimo inteso anche come ambiente educativo. Ciò significa che, inizialmente, il bambino si relaziona e si approccia al mondo con una sua modalità particolare e, nell’incontro con esso e con ciò che questo gli rimanda, pertanto nella inter-relazione che si crea, via via viene a formarsi il carattere, il quale può includere attenuazioni o, al contrario, amplificazioni dei tratti temperamentali innati.

Infatti, Thomas & Chess affermano: “la nostra ipotesi è che le differenze di temperamento nel neonato e nella primissima infanzia siano biologicamente determinate, ma che poi il temperamento del bambino sia influenzato dall’interazione coi genitori, che può accentuare o modificare la sua inclinazione temperamentale originaria”.

Il temperamento, pertanto, non è un dato immodificabile della propria personalità, né determina in modo rigido ciò che ciascuno di noi diventerà nel tempo, sebbene possa indubbiamente influenzare lo sviluppo a lungo termine, come vedremo.

Va comunque detto che questo è un ambito di ricerca ancora molto dibattuto e su cui gli studiosi non sono del tutto concordi. Per esempio, come detto poc’anzi, secondo Thomas & Chess il temperamento è in parte modificabile dalle interazioni con l’ambiente. Secondo Rothbart il temperamento si modifica nel tempo per via della maturazione del cervello e dello sviluppo cognitivo. Buss & Plomin, invece, ritengono che l’interazione con l’ambiente sia poco significativa sul temperamento, mentre può essere forte l’impatto al contrario, ovvero a fronte di caratteristiche temperamentali forti, l’ambiente stesso può esserne condizionato. Infatti, se l’adulto ad esempio si relaziona con un bambino “difficile”, può fare molta fatica nel suo lavoro educativo, sentirsi impotente, frustrato, in grande difficoltà e ciò a sua volta può influenzare la relazione che viene a costruirsi con lui.

Poiché il temperamento rappresenta le fondamenta su cui si poggia lo sviluppo della personalità, a nostro avviso è importante conoscerne le principali caratteristiche in quanto ciò può aiutare gli adulti a comprendere meglio i bambini con cui si rapportano e ad avere più pazienza, soprattutto con i bambini “difficili”, in quanto è possibile comprendere come alcuni loro atteggiamenti e comportamenti siano dettati da caratteristiche innate e non volontarie, soprattutto nei primissimi anni di vita, quando il bambino fa ancora fatica a modulare le sue emozioni ed i suoi comportamenti in modo autonomo ed efficace.

Il primo studio importante sul temperamento è il famoso New York Longitudinal Study del 1977 a cura di Thomas e Chess, i quali hanno seguito lo sviluppo di 133 soggetti dalla nascita all’età adulta. Attraverso questo studio, essi hanno individuato nove dimensioni caratterizzanti il temperamento, che riguardano:

 

Attività: si riferisce alla proporzione tra periodi attivi ed inattivi del bambino relativamente alla sua attività motoria (per es. si gira nel lettino, ma con scarsa frequenza o, al contrario, si muove continuamente);

 

Ritmicità: regolarità o irregolarità dei ritmi alimentari e di sonno (per es. il bambino tende ad avere fame alla stessa ora o, viceversa, fatica a prendere il ritmo);

 

Adattabilità: grado di maggiore o minore adattabilità ai cambiamenti nel suo ambiente ed a nuovi stimoli (per es. come il bambino approccia lo svezzamento, o una nuova proposta di gioco);

 

Soglia di sensibilità sensoriale: intensità necessaria ad uno stimolo per provocare una reazione (per es. il bambino sobbalza al più lieve rumore o, al contrario, se lo stimolo non è forte viene scarsamente percepito);

 

Umore: tono prevalente dell’umore (per es. è un bambino sorridente e aperto o, al contrario, chiuso e poco espressivo);

 

Intensità delle reazioni: energia espressa e intensità delle risposte a fronte degli stimoli (per es. quando sente una musica nuova, emette vocalizzi e ride forte o, al contrario, non evidenzia una particolare reazione);

 

Distraibilità: efficacia di uno stimolo esterno a distrarre il bambino dal comportamento in atto (per es. si riesce a distrarlo dandogli il ciuccio quando piange per la fame o, al contrario, continua a piangere);

 

Persistenza e durata dell’attenzione: capacità di mantenere l’attenzione su uno stimolo nonostante interferenze; periodo di tempo consecutivo che il bambino sa dedicare ad uno stimolo/situazione senza interruzione;

 

Approccio o ritirata: risposta del bambino ad uno stimolo o situazione nuova (per es. il bambino si oppone alle cure di una persona che non sia la madre o, al contrario, per esempio si incuriosisce subito ad un nuovo oggetto ed inizia a manipolarlo).

 

Dopo aver individuato queste nove dimensioni, Thomas & Chess sono giunti alla definizione di tre tipologie temperamentali che suddividono i bambini in tre gruppi diversi in relazione al loro grado di adattamento all’ambiente esterno, ovvero il temperamento facile, difficile e lento a scaldarsi e che descriveremo nella SECONDA PARTE  di questo articolo.