di Carola Castoldi, direzione scientifica di PF06, formatrice, coordinatrice scuola dell’infanzia paritaria Maria Bambina di Lissone

 

 

Casi.

Gli scenari intorno a noi si stanno popolando sempre di più di questa terminologia: casi sospetti, casi positivi… CASI.

Contesti come quelli educativi vengono affollati da queste definizioni tanto da far perdere di vista la cifra umana e valoriale di questi luoghi. Cosa sta accadendo?

Una breve ricerca etimologica ci suggerisce declinazioni semantiche della parola “caso” che ci impongono di fermarci a riflettere:

caṡo s. m. [dal lat. casus -us, propr. «caduta», der. di cadĕre «cadere] – 1. Avvenimento fortuito, accidentale e imprevisto 2. Per estens., causa irrazionale a cui si suole attribuire ciò che avviene indipendentemente dalla nostra volontà e, in genere, da un disegno o fine predeterminato 3. Più genericam.: a. Fatto, eventob. Vicenda, per lo più triste c. Circostanza, congiuntura, occasione 4. Modo specifico con cui un fatto generico si presenta. 5. In varie locuz., acquista il senso di possibilità, probabilità 6. Locuz. particolari: a caso, sbadatamente, inconsideratamente, o tirando a indovinare (….) (Vocabolario Treccani)

Quando si parla di “caso” è evidente come i focus delle nostre osservazioni, narrazioni, considerazioni non siano più le persone ma le circostanze.

Si parla di avvenimenti, fatti, eventi per lo più carichi di imprevedibilità che non mettono al centro le persone, ma situazioni nelle quali ci troviamo a “CADERE”.

Forse accade proprio questo: cadiamo nella trappola che ci spinge a spersonalizzare le situazioni, a perdere di vista i contenuti relazionali, a rimanere immobili nella dimensione del giudizio e non più in quella auspicabile dell’ascolto e del dialogo.

Si giudicano le situazioni come sterili fatti, procedure che hanno più o meno funzionato, alla ricerca di cause o circostanze che hanno, con buone probabilità, determinato questo o quell’evento. Ci ritroviamo a cercare colpe e colpevoli, unti ed untori.

Ma dove finiscono in questo intricato discorso le persone?

Dove sono i bambini, le madri, i padri, i nonni, le insegnanti? Dove sono le preoccupazioni, le paure, le speranze, i desideri? Dove sono le parole gentili, i gesti di vicinanza, i segni di empatia e comprensione verso l’altro? Quale atteggiamento umano abbiamo verso chi è stato definito “un caso”?

Accade questo nei servizi educativi dopo poche settimane di apertura, accade che il COVID (e la paura del COVID) stravolge e si prende tutto: le persone, le emozioni, i significati.

Accade che si snaturano i luoghi, si indeboliscono i pensieri, si affievoliscono le relazioni.

Accade che ci si perde, si affoga in un mare ostico di accuse, giudizi, silenzi, distanze che ci fanno perdere il contatto con la nostra identità, con il nostro essere servizi educativi che mettono al centro il valore delle persone. Il nostro essere una piccola comunità dentro una comunità più grande, che è quella del territorio, che solitamente dialogano per coltivare il benessere delle persone.

Ci siamo ritrovati così, a mettere a fuoco nelle prime esperienze di “gestione di casi”, a sentirci private del nostro sguardo pedagogico: private dagli eventi, dalle procedure, dall’emotività che ha fatto ribollire nella pancia e nella testa così tante emozioni contrastanti da paralizzarci di fronte a tutto questo.

Abbiamo sentito il forte bisogno di fermarci e RESPIRARE: ritrovare il ritmo del nostro respiro, quello che ci permette di sintonizzarci con i bambini, di ingaggiare le famiglie, di portare dentro la scuola sguardi competenti, valorizzanti, fiduciosi.

Non abbiamo avuto “casi” nella nostra scuola. Abbiamo attivato le risorse interne e esterne per prenderci cura delle persone: della loro salute, della loro storia, delle loro emozioni.

Abbiamo affrontato situazioni complicate, preoccupanti, impreviste affidandoci con fiducia a istituzioni, organismi, professionisti che, insieme a noi, hanno costruito una rete tesa a sostenere i bambini, le famiglie e la scuola tutta.

Siamo stati dentro un vortice di notizie, parole, pensieri ed emozioni correndo il rischio di “cadere nella trappola” dell’etichetta verbale: I CASI.

Ma dopo l’uragano ci siamo fermati a respirare e abbiamo sentito forte e autentico il bisogno di tornare a essere scuola: luogo di incontri, di dialoghi, di cura della persona nella sua globalità. Abbiamo sentito il bisogno di ricucire le relazioni, di fermare lo sguardo sui gesti dei bambini, di tornare a porci in ascolto abbandonando giudizi e uscendo da quel labirinto teso alla “caccia alle streghe”.

Questo è l’insegnamento più grande.

Non perdere di vista e persone, i vissuti, le rappresentazioni che ogni situazione, e in particolar modo quelle legate all’emergenza sanitaria, portano con sé.

Recuperare la dimensione relazionale e umana dei luoghi per usare quella come scudo contro ogni nemico invisibile: perché combattere ogni giorno quel nemico è una sfida che ci vede schierati tutti sullo stesso fronte.

Bambini e bambine, madri, padri, nonni, amici, insegnanti… non permettere a questo nemico invisibile di prendere possesso del nostro corpo è certamente una priorità, ma lo è ancor di più non concedergli la possibilità di privarci dei nostri valori, dell’ umanità, della solidarietà che da sempre cerchiamo di coltivare nella storia della nostra scuola e del nostro paese.

Recuperare quel senso di appartenenza che ci fa sentire legati gli uni altri, disposti a tendere la mano verso coloro che si troveranno ad affrontare situazioni critiche, senza giudizio o accusa ma con grande senso di corresponsabilità e solidarietà valorizzando un sistema scuola/famiglia che sia autenticamente ricco.

Ricco di parole gentili, di pensieri umili, di domande di senso, di ascolti reciproci, di silenzi rispettosi, di scelte corresponsabili, di propositi collaborativi.

Questo è la trama che, a fronte di un forte senso di spiazzamento vissuto negli ultimi giorni, vorremo riuscire a tessere. Con pazienza, perseveranza, passione, meticolosità.

Per non rischiare di perderci, di CASO in CASO… e di ritrovarci smarriti in una triste radura nella quale nessuno di noi più si riconosce.

 

 

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